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“Io, onorevole-operaio che non dimentica i suoi calli”

settembre 15th, 2010

via Giornalettismo

Antonio Boccuzzi non ci sta. Non gli è piaciuto per niente l’articolo di Panorama in cui lo si accusa di non aver aperto bocca per difendere gli operai di Melfi, lui che ha lavorato alle presse per tanti anni e si è salvato dalla tragedia della Thyssen Krupp, quando sette dei suoi compagni persero la vita avvolti dalle fiamme. E a Giornalettismoaffida la sua replica al settimanale diMondadori.

Allora, Onorevole, è vero che lei è scomparso? I calli sulle mani frutto del lavoro in fabbrica ce li ha ancora?

Guardi, sono in Sardegna dove domani presenzierò ad un convegno sulla salute e sicurezza dei lavoratori ,e dove verranno ricordati tutti i minatori sardi che hanno perso la vita nelle miniere. Forse è vero che sto perdendo i calli sulle mani. In compenso, si stanno formando sui piedi a furia di macinare chilometri e chilometri di strade per riuscire ad incontrare il maggior numero possibile di realtà in crisi. Ad onor del vero, è testimone il mio blog e la mia pagina Facebook. Nel post del 29 luglio infatti, pubblico un comunicato stampa con l’interrogazione parlamentare a mia prima firma proprio riguardo il caso Fiat. Il 25 giugno invece, pubblico il testo dell’intervista su il Riformista a titolo: Letta e Veltroni sbagliano. Sui diritti degli operai non si agisce alla Brunetta. Inoltre sul sito della Camera dei deputati, si possono visionare facilmente i video dei miei interventi. La cosa che mi dà però più conforto, non sono tanto gli articoli di giornale oppure pezzi di video quanto le testimonianze dei lavoratori. Bisognerebbe provare a chiedere quante volte mi hanno visto tanto per fare un esempio, i lavoratori Ages, Eutelia, Fiat, Alcoa, Rai, Merloni, e tutte quelle piccolissime realtà che la carta stampata non conosce.

E nella vicenda Fiat? Lei pensa che quanto accaduto a Melfi sia paragonabile a quanto successo a Torino? E Fiat e Thyssen Krupp sono in qualche modo paragonabili?

Per quanto riguarda la triste vicenda Fiat,ho fatto e continuo a fare numerose iniziative accanto a Pino Capozzi, il lavoratore di Mirafiori ingiustamente licenziato per aver inviato un’email di sostegno ai lavoratori di Pomigliano. La vicenda di Pomigliano non può essere considerata una esclusiva, perchè è e sarà l’ariete per un nuovo modo di fare relazioni sindacali, dove un contratto unilaterale - lo si vuole far passare come un accordo - lede in maniera preoccupante i diritti dei lavoratori. Comprendo il momento particolare con tutte le sue criticità,ma non capisco come si possa mettere solo esoltanto al centro della discussione il lavoro, escludendo, emarginando i lavoratori,quasi fossero una semplice appendice di tutta la discussione. Per tutti questi motivi,ci si sente dimenticati,invisibili davanti all’altare del dio denaro, pronto a sacrificare tutto ciò che nei decenni è stato raggiunto. E’ assurdo che in un Paese civile per far sentire il proprio grido di dolore per la perdita del posto di lavoro ,occorra salire su una gru, sul tetto di una fabbrica o inventarsi l’isola dei cassintegrati.

E quindi secondo lei cosa bisognerebbe fare?

Occorre restituire la dignità che è stata negata a questi lavoratori, restituire il loro ruolo da protagonisti in questo Paese che ha la memoria sempre più corta e facilmente, troppo facilmente dimentica quanto gli operai siano stati e sono i motori della nostra economia. Sono stato sempre critico con l’atteggiamento di Marchionne, ancor prima della vicenda Pomigliano, quando insieme al collega Esposito, abbiamo chiesto un progetto industriale serio ,con il mantenimento e il consolidamento delle promesse fatte da Marchionne, ripeto prima ancora che scoppiasse il caso Pomigliano. Conosco per averlo vissuto in prima persona il dramma che esiste dietro laperdita del lavoro; credo che insieme ai miei colleghi abbiamo vissuto un dramma ancor più grande quello della perdita dei nostri compagni di lavoro che lavoravano per vivere e non per morire.

In generale, ritiene che il suo partito stia facendo molto, abbastanza o poco sul tema del lavoro? E perché?

Oggi credo ci sia una crisi di valori che fa venire meno la fiducia nella politica, in generale, non perché la stessa non voglia rappresentare gli interessi dei lavoratori, ma perchè fa un enorme fatica a farlo. Il primo progetto di legge votato in parlamento è stato il salva Rete 4, ora,credo che difficilmente questi si sposi con un vero progetto Paese per tentare di uscire dalla crisi. Insieme ad altri esponenti del mio partito in commissione lavoro, abbiamo tentato di portare avanti molte proposte che avrebbero potuto dare un contributo serio tangibile a chi ha perso il lavoro,o rischia di perderlo, ma le risposte dall’altra parte del tavolo sono state di indifferenza e alcune volte di totale assenza di volontà nel portare avanti questi progetti.

Un esempio?

Ne ricordo uno su tutti ,la proposta del Pd dell’allungamento della cassa integrazione ordinaria da 12 a 24 mesi, questo provvedimento era lungimirante in una fase della crisi come quella che stiamo vivendo, perchè avrebbe allontanato lo spettro della cassa integrazione straordinaria, con quanto ne consegue. In un primo momento la maggioranza sembrava orientata in questa direzione,ma quando il ministro Sacconi ha dato l’aut aut, hanno fatto marcia indietro, lasciando intendere le loro vere intenzioni,tanto è vero che l’onorevole Cazzola “riprese” Sacconi ricordandogli che il suo intervento era stato quanto meno fuori tempo, durante un appuntamento elettorale. Quindi chi dovrebbe tirare giù la maschera ,e far comprendere davvero da che parte sta non è certamente il PD, ma questa maggioranza, in cui la Lega vota contro questi provvedimenti virtuosi ,e poi va davanti alle fabbriche a dare la solidarietà a quei lavoratori in difficoltà.

Eppure c’è chi proclama la fine della lotta di classe, e spera che si smettano di utilizzare certe terminologie…

Non mi scandalizzo e non inorridisco quando viene utilizzato il sostantivo “compagno”, mi fa decisamente più paura e rabbrividisco davvero al ritorno dell’uso del sostantivo “padrone”… non mi sono mai illuso che la lotta di classe possa avere fine,o perlomeno non è sicuramente questo il momento propizio perchè questo accada,ma ritornano sempre più prepotentemente quelle situazioni insopportabili ,dove al profitto vengono sacrificati diritti acquisiti con sacrifici e lotte da chi ci ha preceduto e pure lavoratori, che vivono da protagonisti deboli questa situazione che pare senza fine. Mi permetta anche di ricordare come la sicurezza sul lavoro sia condìsiderata un orpello,un peso ,da questo governo. Credo che Tremonti abbia dato piena traduzione a questo pensiero in un suo intervento di qualche giorno fa proprio sul tema della sicurezza sul lavoro. Questo governo e in particolar modo il ministro Sacconi non hanno mai digerito il testo unico per la salute e sicurezza dei lavoratori, oggi legge 81; fin dalla sua nascita l’attuale ministro si è detto contrario,abbracciando in toto le posizioni di confindustria,tanto da portare in commissione lavoro lo scorso anno un testo correttivo,che l’unica cosa che davvero correggeva era un generale ribasso delle sanzioni per i datori di lavoro,ed un altrettanto sensibile rialzo per le sanzioni dei lavoratori, senza una precisa ratio, se non quella di dover dare delle risposte a Confindustria. Ecco a chi si rivolge esclusivamente il presidente del Consiglio e tutta la sua maggioranza.

In particolare, che idea s’è fatto della querelle tra Fiat e Fiom?

Oggi esiste anche una perdita di fiducia nei confronti del sindacato,la prossima settimana inizierà il trentesimo anniversario di quella che è ricordata come la più grande sconfitta sindacale. I giovani di oggi hanno la tessera in tasca,ma non perdono occasione per criticarne le linee. E’ una situazione complessa,e non esiste la bacchetta magica per la soluzione dei problemi, ci vorrebbe maggiore responsabilità da parte di tutti,di coloro che firmano a volte con leggerezza,eda parte di coloro che non lo fanno.

E delle divisioni odierne nelle rappresentanze dei lavoratori?

I lavoratori vorrebbero essere rappresentati da un sindacato più unito davanti alle minacce di chi ha sempre la fuga dal Paese come soluzione ai problemi di budget o di costo della manodopera; la FLM credo sia stata un momento importante nella storia del nostro sindacato, in questo mi sento un po’  romantico, e auspico perlomeno un ritorno ad un azione più colleggiale,dove si possano mettere da parte vecchi rancori,posizioni opposte e ricominciare a parlare di questo Paese e soprattutto a questo Paese. Le realtà più piccole dove ancora si trovano azioni sindacali comuni dovrebbero insegnare che questa è l’unica strada se si vuole uscire da questo momento, dove alla tragedia della perdita del lavoro,si unisce la tragedia umana di famiglie ridotte sul lastrico,dove l’unico vero ammortizzatore sociale sono proprio le famiglie stesse ,e le diocesi che tentano di dare un contributo a quelle situazioni più disagiate.

In ultimo: sul libro di cui si parla nell’articolo di Panorama, cos’ha da dire?

Dico che tutto quello di cui abbiamo parlato è ben raccontato nel libro scritto da Rinaldo Gianola, “Diario operaio”… già, perchè l’autore di questo libro è proprio il vicedirettore de l’Unità, e non il sottoscrittto come erroneamente scritto nell’articolo apparso su Panorama. In ogni caso consiglio al signor Spina di leggere davvero il libro, scoprirà quanto questo nostro Paese stia soffrendo,come le famiglie vivano in apprensione il dramma della perdita del lavoro, e quanto questo governo continui in maniera vergognosa a negare una crisi evidente che solo chi ha commesso il peccato di nascere con la necessità di lavorare conosce davvero.

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Parla l’onorevole Boccuzzi: deputato al dolore

dicembre 17th, 2009

Luca Telese - Panorama

La giacca se l’è dovuta mettere, perché per poter entrare a Montecitorio è un obbligo. Ma il codino, no. A quello non ha rinunciato. È la domanda più frequente che gli fanno, da quando è stato eletto: “Ma perché non te lo tagli?”. Antonio Boccuzzi, operaio, superstite del rogo della ThyssenKrupp del 5 dicembre 2007 e da 19 mesi deputato del Pd, la risposta vera a quella domanda la dà raramente. Molti pensano che il codino, insieme con quel taglio curioso (capelli lunghi al centro, rasati corti sulle tempie dove sono più chiari) sia un vezzo.
Invece è anche quello un segno della tragedia che si porta addosso: “Il giorno del funerale dei miei compagni” racconta “Nino Santino, il padre di Bruno, mi fece: “Te lo dico io cosa è successo. Te ti sei salvato perché avevi questo codino, e un angelo è riuscito a prenderti per i capelli, e a tenerti lontano dal fuoco””.
Quel giorno Boccuzzi ha fatto un fioretto: “Avrei tenuto la coda in ricordo di quell’angelo. E anche perché” sorride amaro “nella vita non si sa mai”.
Due anni dopo il rogo, Panorama ha incontrato il sopravvissuto della Thyssen per provare a misurare il tempo e le storie che cambiano una vita, dall’inferno delle fiamme agli scranni della Camera. Ma anche perché la tragedia che si ripete: l’appuntamento per l’intervista era stato appena preso quando il 1° dicembre è arrivata la notizia che alla TyssenKrupp di Terni era morto Diego Bianchina, un ragazzo di 31 anni ucciso dalle esalazioni dell’acido. Non si può che partire da quest’ultima vittima.
Onorevole Boccuzzi, lei se l’immaginava un anniversario così?
Sinceramente no. Però non credo alla parola che ho letto su molti giornali, in molti commenti: “Fatalità”.
Allora c’è sempre un colpevole quando muore un operaio?
Fatalità vuol dire che sarebbe accaduto in ogni caso. E invece ho imparato che ci sono sempre delle scelte, piccole o grandi, che producono una tragedia.
Per lei è un caso che avvenga di nuovo alla Thyssen?
Assolutamente no, e vanno presi provvedimenti. Io noto anche che questa azienda tiene atteggiamenti diversi, sulla salute dei loro lavoratori, a seconda del fatto che siano in Germania o in Italia. In Germania è un’azienda modello, rispettosa dei protocolli.
E in Italia?
A volte sembra che quei dirigenti si siano totalmente dimenticati che sulle sue linee lavorano delle persone in carne e ossa.
Dopo due anni in Parlamento si sente ancora un operaio “prestato alla politica”?
(Scuote la testa) Io la tuta blu ce l’ho tatuata sul corpo, non me la potrei togliere nemmeno volendo.
Non si è imborghesito nemmeno un po’?
Ecco due esempi: vivo ancora in affitto, e ho sempre la stessa macchina, una Alfa 147 vecchia di otto anni.
Non c’è nulla di male…
E infatti non penso che sia un male. Ma io e mia moglie, come tante famiglie italiane, avevamo più di 30 mila euro di debiti, prima del rogo. Abbiamo passato questi anni a pagarli, non abbiamo ancora avuto l’opportunità di inborghesirci.
Un giorno in cui la sua elezione le è sembrata del tutto inutile c’è stato?
Tre settimane fa abbiamo passato due giorni a dibattere, a Montecitorio,sulla normativa che deve regolare la lunghezza delle code dei cani. Con tutta la crisi che c’è, fatico a spiegarlo ai miei amici come possa accadere.
E un giorno in cui si è sentito utile?
Quando, discutendo sulla legge per la sicurezza nei luoghi di lavoro e sulfamoso articolo 10bis, siamo riusciti a correggere la cosiddetta norma “salva-manager”, secondo cui i datori di lavoro non dovrebbero essere considerati responsabili degli incidenti.
Ha scoperto qualche collega di centrodestra che le è simpatico?
Ho un ottimo rapporto con Fabio Granata, una delle teste più lucide del Pdl.
Troppo facile, per lei: è un finiano. Ne dica uno che viene da Forza Italia.
Giuliano Cazzola, il vicepresidente della commissione Lavoro: abbiamo idee molto diverse, ovvio, ma è una delle persone più preparate che conosca, ed è animato da una passione vera.
Nel congresso Pd ha sostenuto Pier Luigi Bersani, ma è stato candidato da Walter Veltroni. Si sente un traditore?
Per nulla. Mi ha rattristato molto il fatto che Veltroni si sia dimesso. Il Pd che aveva in testa lui era il partito a cui ho aderito, non rinnego nulla. Ma sono anche orgoglioso di aver votato Bersani. Spero che possa far nascere il nuovo partito di cui abbiamo bisogno.
Ma lei tornerà mai in fabbrica?
Sicuramente no.
Allora lo vede che, alla fine, in qualcosa “il Palazzo” l’ha cambiata?
No, non è per l’elezione. Non sarei potuto tornare comunque, dopo il rogo. Anche se avessi dovuto fare la fame.
Quanto ci ha messo a superare il trauma dell’incidente?
Non l’ho superato mai.
Nemmeno ora?
A volte penso che, se non avessi avuto al fianco Giusy, mi sarei potuto suicidare.
Che lavoro fa sua moglie?
La commessa in un negozio di abbigliamento. Nei giorni dopo la tragedia io senza di lei avevo paura persino ad andare in bagno da solo.
Contro quali spettri combatte?
Mi sento normale. Ma ci sono giorni in cui mi basta sentire odore di bruciato, o anche solo odore di olio cotto, oppure il suono di una sirena nella notte: basta quello perché mi senta mancare la terra sotto i piedi.
Le costa raccontare queste debolezze?
No. La mia fortuna, rispetto a tanti altri, è stata quella di capire e ammettere che avevo bisogno di un supporto medico.
Molti suoi colleghi non ci riescono…
C’è come l’idea che andare da uno strizzacervelli sia come ammettere di essere pazzi. E invece è l’unico modo per non diventarlo.
Che cosa ha capito, con il medico?
Sono seguito da uno psichiatra e da uno psicologo. La prima cosa che ho dovuto sconfiggere è stato il senso di colpa di essere sopravvissuto.
Come i superstititi dei lager?
Esatto.
Le capita mai di rivedere le sue foto di quel giorno con la faccia ustionata?
Sto imparando ora a controllare i miei pensieri. La domanda che ti scava dentro è: perché loro sì e io no? Quando vedo come ero mi viene in mente questo: un momento prima eravamo in otto, in reparto, a lavorare. Un secondo dopo la fiammata, ero solo.
Lei vede ancora i suoi compagni di fabbrica?
Sì, spesso. Abbiamo avuto le udienze del processo, da seguire. Spesso andiamo a cena insieme.
Si ricandiderà?
Non è un problema che mi pongo adesso.
In tutto questo dolore della Thyssen, due anni dopo c’è stata almeno una conquista?
Oh sì. I 13 milioni di euro di risarcimenti accordati alle famiglie.
Perché?
Sono un simbolo importante. Le vite che ci sono state tolte non hanno prezzo. Ma l’entità del danno è stata riconosciuta come mai in passato. In qualche modo è un’ammissione di colpa.
Della Thyssen…
Sì, ma l’atteggiamento dell’azienda è figlio di un dibattito che nel Paese c’è stato. La nostra tragedia ha cambiato qualcosa anche nel senso comune. Ed è solo questo a fare sì che quei morti non siano stati inutili.

boccuzzi