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Vietato Morire

dicembre 11th, 2008

Le chiamano morti bianche. Ma sul lavoro si continua a morire anche nel terzo millennioL’on. Antonio Boccuzzi, che ha vissuto la tragedia della ThyssenKrupp, ci offre le sue riflessioni.
Ho enormi perplessità sull’impianto complessivo dei provvedimenti stilato fino ad oggi da questa maggioranza, ravvisando in esso un intento del legislatore teso a sovvertire le tutele e le garanzie, anche di rilievo costituzionale, che assistono il lavoratore nel suo rapporto di per sè non paritario con il datore di lavoro. Noto infatti che dal tenore di diverse disposizioni dei vari provvedimenti, che in alcuni casi risultano a mio avviso volutamente ambigui e di dubbia interpretazione, si può facilmente desumere la volontà di operare una vera deregolamentazione del mercato del lavoro.

Con le parole pronunciate da alcuni esponenti di questo governo provo a convincermi che davvero le morti sul lavoro abbiano l’attenzione di tutte le forze politiche; che non ci sia e non debba esserci colore o bandiera che ci contraddistingue. Perchè allora, nonostante io mi sforzi nell’illusione che davvero dovrebbe essere così, si continua ad attaccare il Testo Unico sulla Salute e la Sicurezza, i lavoratori e il lavoro - quest’ultimo non più inteso come un diritto, ma come un’utopia, il cui raggiungimento non costituisce più l’arrivo, la stabilità, ma un percorso impervio, fatto di stenti e precarietà?

Ogni anno dal nord al sud muoiono in media 1300 persone per infortuni sul lavoro, 1210 nel solo 2007. L’età media di chi perde la vita sul lavoro è di circa 37 anni. Ogni incidente dunque, visto che la vita media è di 79 anni, comporta una perdita di vita pari a 42 anni.

Tra le cause degli incidenti si annoverano l’eccessivo orario di lavoro, la precarietà del lavoro legata ad una formazione insufficiente, il lavoro nero. Siamo di fronte ad una situazione allarmante, nonostante gli sforzi che vengono compiuti, i dati non migliorano in modo significativo. Ciò deve indurci ad una seria riflessione perchè la cifra di 100 morti al mese sarebbe adatta ad un bollettino di guerra.

Credo che sul tema della sicurezza dobbiamo riprendere a ragionare in termini di prevenzione, cioè intervenire prima che si verifichi l’infortunio. Soprattutto, occorre considerare che investire in sicurezza equivale a risparmiare su molteplici fronti: il costo di queste morti è elevato sul piano umano, sociale ed economico. Purtroppo nell’ultimo periodo è prevalsa una logica miope del contenimento dei costi. Non dobbiamo dimenticare che in Italia, secondo le ultime statistiche, vi sono da tre a quattro milioni di lavoratori in nero, ed esiste anche il problema rappresentato dal avoro clandestino, riguardante soprattutto lavoratori extracomunitari. Ebbene, in questo mare si diffondono facilmente l’insicurezza e la mancanza di tutele che alimentano la spirale infortunistica.

Statisticamente emerge un nesso tra gli incidenti (e la loro gravità) e la presenza di lavoro nero e lavoro irregolare, magari svolto da giovani o extracomunitari. Ciò vuol dire che il rischio si concentra in determinate situazioni e su determinati soggetti, che lo devono affrontare in quanto si trovano alle prime armi, fanno il lavoro più pericoloso o che li espone al contatto con sostanze nocive. Così naturalmente si moltiplicano gli incidenti.

Così come può colpire chiunque il lutto sul lavoro, tutti dobbiamo sentirci responsabili allo stesso modo per quanto continua ad accadere. Il rogo alle acciaierie ThyssenKrupp del 6 dicembre 2007, di cui io sono stato impotente protagonista, ha risvegliato le coscienze. Ha riportato alla ribalta nazionale la questione della sicurezza nei luoghi di lavoro (la città di Torino ha dedicato il 2008 proprio a questo tema,ad esempio) e ha fatto riscoprire che esistono  ancora gli operai. Che c’è chi ancora, in una società sempre più moderna e tecnologica, suda ogni giorno (anche quindici ore al giorno!) per garantire a sè e alla propria famiglia un’esistenza dignitosa.

L’esecutivo ha provveduto ad almeno 11 modifiche negative del testo precedente :
- ha rinviato a gennaio 2009 il termine in cui diventerà obbligatorio redigere il Documento di Valutazione dei Rischi
- con il DL 112 del 25 giugno 2008 ha cancellato la sanzione a carico del datore di lavoro per non aver munito i lavoratori di tessera di riconoscimento nell’ambito dello svolgimento di attività in regime di appalto e subappalto. Va anche ricordato che il DL 112/2008 ha cancellato la legge del 17 ottobre 2007, che aveva introdotto l’obbligo per i lavoratori dipendenti e prestatori d’opera, di presentare le dimissioni volontarie dal lavoro, sugli appositi moduli rilasciati dai soggetti autorizzati (centri per l’impiego, direrzioni provinciali del lavoro, uffici comunali, etc.).

Non posso dimenticare il Decreto sulla detassazione degli straordinari, che sappiamo benissimo cosa comporterà, più infortuni sul lavoro, perchè dopo molte ore di lavoro subentra la stanchezza, e quindi il rischio di farsi male.

Avrei voluto dimostrare al presidente Fini nel giorno del suo insediamento, il mio apprezzamento per le sue parole legate alla sicurezza sul lavoro. A questa sua attenzione, a questa sua sensibilità, non fa eco questo governo, che fa grandi passi indietro rispetto alla sicurezza sul lavoro. Una contraddizione inspiegabile che fa venire meno il senso di civiltà che mi auguro ogni parlamentare si sia dato nel suo mandato.

Le tragedie della Thyssen, della Umbria olii, del mulino di Fossano, di Marghera, di Molfetta, di Mineo e di tutte quelle realtà dove ancora oggi si muore di lavoro, non denunciano soltanto un insieme di drammatiche responsabilità, ma anche questioni generali più di fondo su cui sarebbe necessario aprire un vero confronto.

Il sistema sanitario nazionale, e in particolare quello regionale, deve fornire interventi efficaci e tempestivi, attraverso i propri organi, in primo luogo quelli di vigilanza. E’ evidente che l’aumento del numero delle ispezioni nei luoghi di lavoro è importante, ma alla quantità degli interventi si deve accompagnare la loro qualità. Gestire la questione in modo ragionieristico sarebbe riduttivo, poichè credo che l’intervento ispettivo abbia maggior efficacia, se eseguito nelle fasi produttive che rappresentano maggiori rischi e in quelle statisticamente più sanzionate.

Occorre quindi sbloccare al più presto le assunzioni dei tecnici della prevenzione. Oggi in Italia operano 1950 tecnici per cinque milioni di aziende. Vuol dire che si entra in un’azienda ogni 33 anni, se poi si considera che secondo la Camera di Commercio la vita media di una società è tra i 12 e i 15 anni, questo vuol dire che quasi tutti i luoghi di lavoro hanno la certezza statistica di non essere esaminati.

E’ inutile, e questo si scandaloso, gridare periodicamente alla vergogna dei morti sul lavoro se poi non si mettono a disposizione uomini e risorse per garantire un minimo di attività di prevenzione. Le parole per troppo tempo hanno litigato con i fatti.

Io sogno una politica fatta non soltanto di parole vuote, ma fatta davvero di sostanza, di concretezza. Una politica che ridoni ai lavoratori quella dignità, quei diritti sequestrati da questa società.

boccuzzi, lavoro

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