Home > comunicati stampa > NON ORA. RINVIARE LO SCIOPERO GENERALE PER DARE PIU’ FORZA ALLA BATTAGLIA SOCIALE E POLITICA. Lettera aperta a Susanna Camusso e alla CGIL

NON ORA. RINVIARE LO SCIOPERO GENERALE PER DARE PIU’ FORZA ALLA BATTAGLIA SOCIALE E POLITICA. Lettera aperta a Susanna Camusso e alla CGIL

agosto 26th, 2011

Lo sciopero generale è uno strumento importante che può e deve essere utilizzato per contrastare scelte governative che recano gravi danni ai lavoratori e ai cittadini. Ma è uno strumento che, per le sue caratteristiche di eccezionalità, deve essere adoperato nel modo giusto e nel momento giusto.
La Cgil è un’organizzazione sindacale a cui - nel pieno e assoluto rispetto del principio dell’autonomia della politica dal sindacato e del sindacato dalla politica - ci sentiamo vicini, per la quale proviamo non solo un doveroso rispetto, ma un autentico affetto. E’ un sindacato dal quale il nostro partito riceve importanti contributi di idee e, talvolta, anche delle critiche.
Questa volta, però, siamo noi a permetterci di criticare la scelta della Cgil.
Siamo consapevoli che anche in questa occasione sia il Ministro Sacconi sia le altre sigle sindacali non hanno cercato il dialogo necessario. Siamo consapevoli di quanto disastrosa, ingiusta ed inadeguata sia la manovra varata da questo Governo. Lo siamo a tal punto che il PD ha predisposto un piano alternativo e si sta attrezzando ad una grande battaglia nel Paese.
Dobbiamo renderci conto che in questa fase dai tratti drammatici gli italiani sono più spaventati che non informati. Per questo c’è bisogno di un serio e duro lavoro da parte di tutte le opposizioni, politiche e sociali, per dare vita ad una capillare ed intensa campagna di informazione sulle conseguenze reali dei provvedimenti contenuti nella manovra.
Per questo invitiamo il Segretario Susanna Camusso e la Cgil ad un’ulteriore riflessione sull’opportunità di proclamare uno sciopero generale per il 6 settembre, proprio mentre si svolge il dibattito parlamentare sulla manovra, ciò al fine di scongiurare il rischio che la mobilitazione finisca per venire strumentalizzata, soprattutto da chi vuole dividere il sindacato, cancellare l’intesa unitaria del 28 giugno ed isolare la Cgil, perdendo così di vista il merito dei problemi.
Lo sciopero generale, invece, potrebbe rappresentare lo strumento finale della battaglia contro la manovra se rinviato alla fine della discussione parlamentare e se posto in essere dopo aver espletato un tentativo, certamente difficile ma necessario, di recupero di un percorso unitario con le altre organizzazioni sindacali.
Uno sciopero generale che non si svolge in solitaria nel mare tempestoso della crisi, ma che pone le sue basi sull’unità sindacale con Cisl e Uil, verrebbe ad avere una forza ben diversa e consentirebbe di combattere una battaglia convincente e, perché no, forse anche vincente.

On. Stefano ESPOSITO
On. Antonio MISIANI
On. Antonio BOCCUZZI
On. Dario GINEFRA
On. Emanuele FIANO
On. Sandro GOZI
On. Paola DE MICHELI
On. Francesco BOCCIA
On. Vinicio PELUFFO

comunicati stampa

  1. Jacopo
    | #1

    Ho appena appreso che sei finito nel fronte antisciopero generale interno al Pd…. non ho parole, effettivamente è bene attendersi sempre il peggio, a cui non c’è mai fine…. ti posso chiedere visto che sei un ex operaio, scampato ad una immane tragedia …. chi e cosa pensi di rappresentare stando seduto in Parlamento?

    Non mi rispondere che sei ex sindacalista UIL e quindi hai agito di conseguenza perchè la cosa non regge…. tutelare il mondo del lavoro non è gestire un CAAF.

    Certo che se guardiamo la questione da un’altra visuale, fai proprio bene, la prossima NOMINA come parlamentare non te la toglierà nessuno.
    Non c’è limite al peggio e all’assurdo in questo Paese.

    Buon “lavoro”

  2. Jacopo
    | #2

    da VITTORIO LONGHI, repubblica.it

    Nel dibattito sulla manovra e sullo sciopero proclamato dalla Cgil per il 6 settembre, sarebbe utile guardare a ciò che avviene fuori dall’Italia, tanto per fare qualche confronto.

    Lo sciopero generale esploso in Cile è significativo di un sistema che non funziona, che porta un certo tipo di crescita, forse, ma non certo di sviluppo e di equità.

    Il Cile è stato il paese-laboratorio del modello neoliberista statunitense, quello della scuola di Chicago, durante la lunga dittatura di Augusto Pinochet. Un paese in cui buona parte dei beni e dei servizi pubblici è stata privatizzata, dove il lavoro è stato sempre più esternalizzato, la contrattazione portata a livello esclusivamente aziendale e le protezioni sociali quasi azzerate.

    Dopo Pinochet sono state attuate riforme importanti in materia di pensioni e assistenza socio-sanitaria, in particolare con l’amministrazione di Michelle Bachelet, ma i livelli di povertà e di iniquità sociale sono ancora alti.

    Il nuovo presidente conservatore, il milionario Sebastián Piñera, eletto nel 2010, aveva promesso un milione di nuovi posti di lavoro. Lo slogan, in Cile come in Italia, ha funzionato.

    Sopratutto perché su una popolazione attiva di 13 milioni di persone c’erano oltre un milione di precari, un tasso di disoccupazione giovanile del 17,6, con metà degli abitanti tra 19 e 30 anni totalmente inattiva, che non studia né lavora. In un anno e mezzo del nuovo governo la situazione non è cambiata.

    “Vogliamo una riforma fiscale, affinché paghino più tasse le grandi imprese e le multinazionali. Sono tasse che dovrebbero finanziare l’istruzione e la sanità pubblica di qualità”, ha sottolineato Arturo Martinez, presidente della Centrale unica dei lavoratori (Cut), dopo la giornata di sciopero.

    La Cut, insieme alle tante associazioni e al movimento studentesco Fech, chiede anche un nuovo codice del lavoro che favorisca la sindacalizzazione, oggi solo all’otto per cento, che consenta la contrattazione collettiva nazionale e assicuri per legge il licenziamento solo per giusta causa.

    A ben guardare, il Cile non è poi tanto lontano.

  3. mario tapiero
    | #3

    Mi fa piacere aver trovato all’interno del PD una voce che esprime le mie perplessità: abbiamo bisogno di un cambio di “paradigma” nell’azione politica se vogliamo uscire dalla crisi come forza di governo credibile. Questo sciopero rientra in paradigmi ed in modi di agire che fanno parte delle cose che non funzionano più, non comprensibile da parte dei giovani e da chi è fuori dal circuito produttivo già consolidato. L’intero sistema del “lavoro” va riformato, spostando le garanzie e le tutele dal “lavoro” al “lavoratore” e dando più elasticità alla vita delle imprese. IL coraggio di una grande riforma del lavoro è proprio di una nuova forza di governo che vedo ancora là da venire. Giusto per il PD partecipare, non poteva essere altrimenti, ma questa CGIL non mi sembra all’altezza della grande capacità di governo e iniziativa che ha contribuito a costruire l’Italia degli anni 70 e 80.

  4. Fabio
    | #4

    Ora che lei ha la pancia piena. Viene a dirci che non è il momento di fare uno sciopero per difendere l’art.18 dello statuto dei lavoratori oltre che per contrastare la manovra economica che colpirà per l’ennesima volta i lavoratori e pensionati (per inciso lavoratori da 800-1500 euro non certamente lei con uno stipendio molto e molto più alto).Le auguro di tornare a guadagnare le cifre ridicole che noi percepiamo, e di essere precario . Ma il mio augurio non verrà esaudito lei farà carriera, non ho dubbi.

  1. No trackbacks yet.