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Archive for ottobre, 2009

La Paura della Verità

ottobre 28th, 2009

Finalmente ieri sembrava giunto il momento e l’opportunità per ascoltare dalla viva voce dell’ad Harald Espenhahn, le motivazioni che hanno spinto la ThyssenKrupp a dismettere lo stabilimento di Torino, di conseguenza tutte le modifiche all’organizzazione del lavoro e la riduzione delle manutenzioni sulle macchine. La sua voce non si è fatta attendere, ma queste risposte sono state sostituite dalla lettura di una lettera in cui si evidenziava la difficoltà a comprendere la lingua italiana e la conseguente indisponibilità a sottoporsi all’esame. Tutto questo si riflette sull’andamento del processo, tanto che è stata cancellata la prossima udienza, prevista per il 29 ottobre, di conseguenza si allungano i tempi. È esplicita la volontà di perdere tempo; sulla comprensione della lingua italiana, sono stati molti i tentativi da parte del collegio di difesa di far arenare il processo, ma fortunatamente questa è stata un’eccezione mai accolta, fin dalla fase preliminare. Mi lascia quindi perplesso questo squallido tentativo perpetrato ancora oggi. Confido che nell’udienza del4 novembre, quando all’imputato sarà concessa la possibilità di avere il supporto di un interprete, si possano comprendere le motivazioni che hanno creato nello stabilimento di Torino una situazione di abbandono ed inadeguatezza degli impianti che hanno permesso che sette lavoratori perdessero la vita in modo brutale. Infine, vorrei sottolineare che ho avuto occasione, insieme alle altre RSU sia dello stabilimento di Torino, che di Terni, nonché delle segreterie sindacali territoriali e nazionali, di ascoltare il dottor Espenhahn parlare un italiano fluido e forbito anche dal punto di vista tecnico, come nell’occasione in cui venne comunicata la chiusura del nostro sito, lo stesso illustrò le condizioni che avevano portato a quella decisione,rispondendo anche alle domande che furono poste, senza la presenza di alcun interprete.

lavoro, thyssen

Boccuzzi prigioniero degli incubi

ottobre 24th, 2009

NICCOLÒ ZANCAN - La Stampa

Con la faccia nera, le sopracciglia bruciate e una calma quasi sovrannaturale, Antonio Boccuzzi si era rivelato al mondo la mattina del 7 dicembre 2007: «Il fuoco è partito dalla spianatrice. Abbiamo provato a spegnerlo, ma gli estintori erano scarichi. C’è stata una forte esplosione, onde altissime. Sembrava di essere al mare. Ma erano fiamme. Ho spento il fuoco addosso a Scola, continuava a chiamarmi: “Toni, Toni, Toni…”. Laurino invece non l’ho riconosciuto».

Dieci ore dopo il rogo alla ThyssenKrupp, l’operaio Boccuzzi non lo sapeva ancora, ma stava piantando i semi della sua seconda vita da Onorevole. L’unico sopravvissuto della Linea 5 ora ha i capelli bianchi, è ingrassato di due taglie, ma conserva modi gentili, non si è imborghesito (la prova è sempre vedere come si trattano i camerieri).

Appuntamento al «Caffè dell’incontro» di Via Frejus, quartiere San Paolo, a cinquanta metri dalla vecchia casa da cui era stato sfrattato perché lo stipendio da operaio non bastava più. Ne è perfettamente consapevole: se oggi è in Parlamento è perché i suoi sette compagni - Schiavone, Marzo, Laurino, Scola, Santino, Rodinò, De Masi - non ci sono più.

Antonio Boccuzzi, che nuova vita è?

«Una rivoluzione dolorosa, sotto tanti aspetti. Il principale forse è legato ai medicinali che non avevo mai usato: antidepressivi, sonniferi per dormire. Sono in cura da 14 mesi».

Cosa succede quando ritorna l’onda di fuoco?

«È come un magnete che mi attrae. Arriva all’improvviso, quando non lavoro e mi fermo. Per questo cerco sempre di tenermi impegnato. Leggo molto, soprattutto romanzi legati alla cultura egiziana».

Non ha paura di essere stato strumentalizzato?

«Sì, all’inizio c’è stato un pensiero di questo tipo. Ma poi mi hanno dato immediatamente l’opportunità di partecipare davvero alla vita del partito».

Ha ricevuto critiche?

«Soprattutto all’inizio. Mi è arrivata una lettera anonima con parole molto dure. C’era scritto che stavo sfruttando la tragedia per ragioni economiche. Mi fece molto male».

Cosa le fa bene?

«Andare a parlare di sicurezza. Confrontarmi. Recentemente sono stato a Campello sul Clitunno, a Mineo. Con gli studenti di Casale Monferrato e gli operai di Rivoli e Orbassano».

C’era al voto per lo scudo fiscale?

«Ho saltato la costituzionalità, ma c’ero al voto finale».

Percentuali di presenze del deputato Boccuzzi?

«Intorno all’ottanta per cento. Le mie assenze sono legate quasi tutte al processo Thyssen».

Che rapporti ha con le famiglie delle vittime?

«Penso che alcune mi vogliano bene, altre no. Credo che il rancore sia legato al fatto che alla Thyssen facevo anche il delegato sindacale. Hanno l’idea che in quel ruolo potessi fare qualsiasi cosa, purtroppo non è così. Ma capisco: c’era la pretesa giustificata che noi avremmo dovuto fare chiudere la fabbrica. Ma non si poteva. Tutti volevamo lavorare. E se avessi lontanamente immaginato quello che è accaduto non ci sarei stato neppure io là dentro. Questo mi fa più male: io lavoravo con gli altri».

Quanti infortuni sul lavoro ci sono stati nell’ultimo anno?

«C’è stato un décalage: 120 morti e 874 mila infortuni. Ma continuano a essere numeri da Paese incivile».

Qual è il pensiero che la tormenta?

«La mia mente ha cancellato tutti i momenti belli con i ragazzi, la vita in fabbrica. Mi viene sempre in mente quella notte. Ho visto morire sette persone, perché anche se non sono morte subito, in realtà erano già morte in quel momento. Erano in condizioni indescrivibili».

Condivide i suoi incubi in famiglia?

«Sì. Qualcuno mi ha detto che non dovrei parlare dei miei problemi. Credo che ci sia un tabù su questo tema. Ma mettere un muro avrebbe reso tutto molto più complicato. Sono umano, ho dei limiti, con quello che ho visto mi chiedo alle volte come faccio ad andare avanti. Devo trovare la forza, molte motivazioni».

Ha dei sensi di colpa?

«Beh, sì. Ci sono. Li vivo. Mi chiedo perché. A volte metto in discussione la fede. Altre volte la mia fede si rafforza. Perché mi sono salvato proprio io? Era meglio il contrario. Meno dolore. Sono pensieri da cui dovrei allontanarmi, ma non c’è la faccio. È impossibile rimuovere. Solo sentire l’odore di qualcosa che sta bruciando mi fa precipitare».

Quanto guadagnava da operaio?

«Ho appena guardato le ultime buste: la media era 1600 euro. Non poco, ma facevamo molti sacrifici, straordinari e turni notturni».

Quanto guadagna oggi?

«13 mila 679 euro. Uno sproposito. Sarei pronto ad appoggiare immediatamente una proposta per ridurci lo stipendio».

Cosa fa con la sua nuova ricchezza?

«Una parte va al partito. Pago i debiti della mia vita da operaio. Forse ogni tanto mi permetto di comprarmi un capo di abbigliamento. Per il resto, ho ancora la stessa Alfa 147. Con mia moglie siamo in affitto. In ferie vado da mia suocera a Pachino».

Com’è la politica vista da dentro?

«Patisco la cagnara, certe volte sembra di essere all’asilo. Ieri sul provvedimento della scuola a un certo punto non si è capito più nulla. Cagnara in aula, da una parte e dall’altra. Mi verrebbe voglia di intervenire: “Ma cavolo…”».

Perché il Pd finora ha fallito?

«È un discorso incompiuto. Tutti avevamo aspettative diverse. Noi dobbiamo essere davvero il partito che rappresenta il mondo del lavoro. Ma si è perso il senso della sinistra. Oggi se vai davanti ai cancelli della Fiat rischi di prenderti dei fischi. E giustamente».

PD, lavoro

Presentazione odg su scudo fiscale

ottobre 2nd, 2009

Ci sono uomini che sono morti in giovane età, ma consapevoli che le loro idee sarebbero rimaste nei secoli, come parole iperboliche, intatte e reali,come piccoli miracoli;idee di uguaglianza, idee di educazione, contro ogni uomo che eserciti oppressione contro ogni suo simile, contro chi è più debole, contro chi sotterra la coscienza nel cemento!

Per molto tempo ho sognato, auspicato, bramato un’Italia che si contraddistinguesse per le positività, morali, etiche, personali che il nostro Belpaese merita.

Ma ahimè, ogni giorno, destandomi da quel sogno, mi ritrovo nell’incubo di una nazione trasformata, deturpata, tristemente lasciata sola da un governo miope e cinico, che fa sognare sì il paradiso, ma a chi il paradiso non merita.

Così diventa morale respingere i clandestini e amorale auspicarne l’integrazione.

Diventa morale aiutare solo i facoltosi e amorale ricordare i più deboli e bisognosi.

Diventa morale dover pagare per trovare un posto in ospedale e amorale essere incisivi nelle azioni per migliorare la nostra sanità.

Diventa morale prendere in giro gli italiani, nascondendo il momento di crisi che il nostro Paese sta vivendo e amorale trovare il rimedio per uscirne tutti insieme.

Già perchè occultare è meglio che curare.

E nell’ottica di questi pochi esempi, ma se ne potrebbero portare a centinaia, diventa morale sostenere i malfattori e amorale punire gli stessi.

In questa abdicazione di razionalità e logica, nel rifiuto stesso della moralità, nasce e ormai si accinge a diventare legge il provvedimento in esame.

Un provvedimento che ha iniziato il suo iter parlamentare ponendosi l’obiettivo di introdurre correttivi al decreto legge n. 78 del 2009.

Complimenti, correggere commettendo errori, neanche il più asino degli scolari sarebbe riuscito nell’intento.

Nato, come dicevo, per correggere alcune norme sull’energia, sulla Corte dei Conti o per chiarire la portata, anche temporale delle norme relative allo scudo fiscale; il Governo e la maggioranza hanno utilizzato questo strumento per rendere ancora più appetibile il condono sui capitali esportati illegalmente all’estero.

Ma quello che incide di più è la certezza di cancellare anche i reati più odiosi che in questi anni, con le false comunicazioni sociali o il falso in bilancio, hanno esteso tali fenomeni truffaldini in danno dei risparmatori e della trasparenza del nostro sistema economico.

Copriamo i reati compiuti per portare i soldi all’estero e diciamo agli intermedari finanziari di ignorare l’odore di mafia e di terrorismo che questi soldi hanno.

Chi concede regali a evasori e criminali, toglie la base ad una politica seria contro il riciclaggio in Europa.

Le norme che rafforzano il contrasto al riciclaggio previste dal decreto legge appaiono inutili davanti a questo maxi condono che Governo e maggioranza regalano a chi ha capitali sporchi all’estero da ripulire, frutto di evasione fiscale o corruzione e alle organizzazioni criminali che portano nei paradisi fiscali i soldi del narcotraffico, quando si garantisce l’anonimato a chi sana pagando una tassa del 5% sui capitali e i patrimoni detenuti illegalmente all’estero, come in questo caso, non possiamo sapere se si tratta di un mafioso o di un evasore.

E per non correre alcuna sorta di rischio, è stata posta l’ennesima fiducia, la venticinquesima per la precisione.

Sarà un caso, o forse no, il 25 nella smorfia napoletana rappresenta il Natale; ma qui non si tratta della festività, qui si tratta di poter scartare un grande, enorme regalo che il Governo si accinge a fare ai malfattori e agli evasori.

Questa venticinquesima fiducia si identifica con il Natale dei cattivi, quelli che meriterebbero il carbone, per usare un eufemismo; ma voi no … quello lo destinate alla povera gente, dimenticandoli e sbeffeggiandoli.

Concludo, ricordando un pezzo di Andrea Camilleri, che benissimo si sposa all’assurda situazione a cui stiamo assistendo:

questo continuo spostamento dei confini tra legalità e illegalità produce un disagio altissimo, che non è solo morale.

Diventa un fatto di costume sociale. E quel che io chiamo la morale del motorino, che imperversa in Italia. Con il motorino si può evitare la fila, destreggiarsi tra le auto e poi passare con il rosso. Tanto con il motorino si ha facilità di manovra, si può andare contromano, si fa lo slalom.

Insomma, si fa quel che si vuole, fregandosene delle regole, che anzi diventano un elemento di fastidio, di disturbo.

Caro Presidente del Consiglio… buon viaggio sul suo motorino.

PD