SARAH MARTINENGHI - LORENZA PLEUTERI Repubblica
Onorevole Antonio Boccuzzi, tra i giudici popolari del processo Thyssen ci saranno anche degli operai: come lei, come le sette persone che sono morte nel rogo. Che ne pensa?
«Sicuramente sono in grado di capire, perché ne hanno esperienza, perché la conoscenza è diretta, in che condizioni si può essere costretti a lavorare in una fabbrica».
Farà la differenza?
«No, non credo affatto che un professore o un commerciante possano essere da meno. Penso che tutti i giudici popolari, indipendentemente dalla estrazione sociale e dalla professione, siano all´altezza del compito che si richiede loro, in un processo che sarà durissimo e atipico. Chiunque ormai ha acquisito una sensibilità particolare per i temi che riguardano la sicurezza sul lavoro. L´attenzione è per così dire “trasversale”, prescinde dall´età, dall´occupazione, dalla formazione».
La strage alla Thyssen, purtroppo, è stata uno spartiacque. O no?
«Sicuramente sì. Quello che è successo ha scosso e toccato profondamente l´opinione pubblica. Thyssen è diventata un simbolo. Il 6 dicembre 2007 si è superata una frontiera. La questione della sicurezza sul lavoro è diventata materia di discussione e di riflessione. La gente comune, oltre a manifestare solidarietà e molta, ha dimostrato interesse e voglia di approfondire, di sapere».
Anche gli imprenditori?
«Non sono tutti uguali. In questi primi mesi di mandato parlamentare ne ho incontrati molti. Ne ho conosciuti alcuni, ad esempio nel contesto delle cooperative, per i quali sicurezza e benessere dei lavoratori sono priorità assolute. Che alla messa commemorativa del 6 dicembre non ci fosse una rappresentanza di Confindustria, però, a me è spiaciuto e mi ha lasciato perplesso».
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