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Sicurezza, non ci si fermi a spot elettorali

dicembre 14th, 2008

Andrea Carugati - l’Unità

Boccuzzi: «Sicurezza, non ci si fermi a spot elettorali» null Andrea Carugati «È scioccante leggere il nome della Thyssen ancora una volta associato alla morte di un operaio. La tragedia del 6 dicembre non è legata al dramma di Luigi, ma è assurdo che la fine di una vita derivi dalla perdita del lavoro, da questa precarietà sconsiderata che è una vera emergenza». Antonio Boccuzzi, 34 anni, unico sopravvissuto al rogo della Thyssenkrupp e ora candidato con il Pd in Piemonte, è profondamente turbato: «Mi ha colpito quello che ha scritto Luigi, “ho perso il lavoro e ho perso la mia dignità”. Lui non ha nessuna colpa, sono le leggi del mercato del lavoro che permettono questo precariato a 40 anni, anche per chi ha due figli. Altri gli hanno imposto questa situazione, gli hanno negato la dignità, e fa ancora più male pensare che lui abbia creduto di aver perso la dignità». Ritiene che la sfiducia, l’assenza di speranza, sia diffusa tra gli operai? «Noi alla Thyssen l’abbiamo vissuta. Al momento dell’accordo per la chiusura dello stabilimento di Torino ci sono state fatte grandi promesse sulla ricollocazione: e invece pochi ce l’hanno fatta, per chi è rimasto c’è il dramma di doversi accontentare di un contratto a tempo e con metà stipendio. Mi batterò perché tutti i discorsi di questa campagna elettorale, dai salari alla precarietà alla sicurezza sul lavoro, non siano solo degli spot». Da alcune settimane lei è entrato in politica. Ha trovato qualche elemento di speranza in più? «Nel programma del Pd ho trovato cose chiare sulla sicurezza e penso che Cesare Damiano sia un ottimo alleato dei lavoratori e per questo sta pagando anche dei prezzi nei rapporti con Confindustria. Io voglio dare il mio contributo: più lavoratori saremo in Parlamento meglio sarà, perché sappiamo cosa vuol dire essere precari e non arrivare a fine mese anche con un contratto “sicuro”, dover ancora chiedere i soldi ai genitori. Per me questa sarà una missione, ho addosso un marchio che me lo impone». Perché una missione? «La vivo così, credo nella battaglia per ridurre drasticamente le morti sul lavoro. La precarietà ti costringe a fare cose non sicure, ti rende ricattabile, così i bassi salari: pur di guadagnare qualcosa in più fai cose che non faresti. Dopo quel che ho vissuto, ho deciso di dare un senso alla mia vita battendomi per la sicurezza». Cosa pensa del programma Pd sulla precarietà? «Il programma è serio, ma sarà una sfida difficile. Quando ero precario 15 anni la situazione era migliore, oggi con la legge 30 ci sono troppe tipologie di contratto: servono delle modifiche per impedire lo sfruttamento della precarietà, per rendere meno convenienti per le imprese alcuni tipi di contratti». E le candidature nel Pd di Calearo, Colaninno e Ichino che effetto le fanno? «Sull’articolo 18 non sono per niente d’accordo con Ichino, ma è una sua proposta e nel programma non c’è. Non si sconfigge la precarietà abolendo l’articolo 18. Quanto a Calearo, credo che in Veneto sia una buona candidatura: è una terra ricca di imprenditori, funzionerà. Da sindacalista in una multinazionale come la Thyssen sono abituato a trattare con persone come loro e a trovare le soluzioni migliori: continuerò a farlo. Berlusconi nel 2001 si è presentato come presidente operaio: almeno nel Pd ognuno ha il suo ruolo. Io so chiaramente qual è il mio». Bertinotti dice che Calearo e Colaninno sono di troppo… «Nessuno è di troppo, non mi piace la logica delle barricate. Ho incontrato Colaninno e mi è piaciuto come persona». Qualcuno mugugna tra i suoi colleghi? «Qualcuno storce il naso, ma c’è un programma che abbiamo condiviso. E l’ho firmato perché credo possa funzionare». Cosa pensa della candidatura del suo collega Ciro Argentino al posto di Diliberto? «Sono felicissimo per Ciro che conosco da più di 10 anni, anche se a volte ci siamo divisi: siamo nella Rsu della Thyssen insieme, lui della Fiom e io della Uilm. Non condivido come è avvenuta la scelta, è sembrata quasi un’elemosina al mondo operaio, e invece avrebbe dovuto essere una candidatura naturale, soprattutto per la Sinistra arcobaleno». Cosa si sente di dire ai tanti Luigi che a 40 anni ancora non hanno un lavoro stabile? «Che vado in Parlamento per provare a ridare fiducia anche a loro, non per occupare una poltrona ma per cambiare le cose. E con me ci sarà anche Ciro».

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Thyssen un anno dopo: per la sicurezza serve l’impegno di tutti gli schieramenti

dicembre 14th, 2008

Articolo 21

Più di mille persone perdono la vita ogni anno in Italia, mentre stanno lavorando o si recano alla sede di lavoro. Senza contare gli infortuni (più di 900mila all’anno!). E non si tratta di bambini,che candidamente hanno lasciato questo mondo in tenera età. Sono operai,autisti,muratori, artigiani, piccoli imprenditori agricoli,  braccianti. Persone che svolgono le professioni e i mestieri più disparati. Ma sempre lavoratori.  Ha quindi ancora un senso oggi, parlare di “morti bianche”? Come se si trattasse di bambini morti nella culla? Chi muore al lavoro spesso è innocente come un fanciullo, ma a volte ha la consapevolezza di lavorare in un ambiente non sicuro, in cui sa che la sua incolumità può essere messa a repentaglio. E accetta il rischio, per non perdere il proprio salario.

E in questo caso che non c’è nulla che richiami la purezza di un bambino, l’ambiente sereno e protetto di una famiglia. E’ quindi forse giunto il momento di eliminare il termine “bianca”,di non accostarlo più alla morte di chi stava facendo il proprio dovere, per mantenere sé stesso e i suoi cari.

Forse è meglio parlare di morte e basta, senza aggettivi. Una vita di un lavoratore che si spegne non è bianca,nè nera,nè rossa,così come non dovrebbe avere alcuna colorazione politica il fenomeno degli incidenti sul lavoro.

Dovrebbe diventare un battaglia comune a tutti gli schieramenti. Per questo ho proposto una legge (insieme agli amici on. Damiano e on.Giulietti ) per istituire il”Giorno della Memoria per le vittime sul lavoro”. E la data per me non poteva che essere quella del 6 dicembre.  Il momento in cui la mia vita, in quel famoso e tragico 6 dicembre 2007 alla THYSSENKRUPP di Torino, è cambiata per sempre.

Ho perso sette compagni, sette amici. E il modo in cui è successo mi riempie ogni giorno di rabbia e di tristezza.

Quel giorno però è cambiato qualcosa in tutto il Paese. L’italia ha riscoperto che non si muore solo per una rapina, uno scippo o un incidente in auto, ma anche in fabbrica, in cantiere, in officina.

I giornali, i media hanno sollevato il problema che non si era posto, ad esempio, in occasione del Molino di Cordero a Fossano, nel luglio del 2007,o alla Umbria Olii di Campello sul Clitunno, o a Molfetta, Mineo,e in tutte quelle realtà dove ancora oggi si muore di lavoro.

L’informazione si è ricordata dei lavoratori. E ora bisogna fare in modo che l’attenzione rimanga alta, non soltanto nei confronti delle grandi realtà industriali, ma anche delle piccole imprese edili, agricole o artigianali.

E’ grave il silenzio in cui in questi anni sono volati via migliaia di angeli,un paese ogni anno, dentro un Paese sempre meno bello e sempre meno civile.

Grave e inspiegabile. Un silenzio assordante, insopportabile. 

Tante parole sono state dette e scritte intorno al dramma della Thyssen .

In questi giorni cade il primo anniversario, e i giornali , le radio, le televisioni hanno ripreso con insistenza ad intervistare i familiari, cercando “IL SERVIZIO”, leggendo e costruendo nelle parole dell’intervistato la polemica o il titolo che facesse parlare, per costruirvi sopra ulteriori polemiche, e ancora, ancora, ancora.

Così non va: credo si sia partiti con il giusto piede, i giornalisti hanno avuto un ruolo importante nell’evoluzione del processo. Sono stati scritti stupende pagine di giornalismo da Ezio Mauro dalle quali è stato tratto uno spettacolo teatrale grazie all’Ambra Jovinelli, a Valerio Mastrandrea, Claudio Gioè e Paola Cortellesi,con senso civile,toccante,in punta di penna come le opere d’arte da consegnare alla storia. Quello spettacolo è diventato anche documento e documentario televisivo per RaiSat Extra, grazie al direttore Marco Giudici e al regista Luca Nannini.

Perchè allora non proseguire su quella strada?

Una volta imboccata è stato delittuoso invertire la marcia per prodursi in articoli che non sono utili alla causa,non fanno riflettere, non toccano il cuore e le coscienze di chi non conosce cosa avviene quando ti viene portato via un figlio, un marito, un fratello, un amico.

Davanti a questo è meglio tacere. Sì, il silenzio,sovrano disprezzo nei confronti di un contributo inutile e deleterio.

E’ il momento di trovare la chiave di svolta: non si può continuare a raccontare l’elaborazione della morte, del dolore al fine di costruire una mera polemica. Occorre porsi nella condizione perchè anche i media inizino ad occuparsi davvero e in modo propositivo di prevenzione, fornendo un contributo reale, perché almeno si accenda il lume dell’attenzione sugli infortuni prevedibili, sulle condizioni dei lavoratori, sulla complicata situazione del nostro mercato del lavoro, sulla deregolamentazione in atto dello stesso.

Il senso civico dovrebbe imporci questo nuovo approccio, per dare davvero un contributo reale per abbattere il drago dell’insicurezza sul lavoro.    

Lo scopo principale della proposta di legge è questo. Per fare il punto della situazione,ogni anno sarebbe utile convocare una “Conferenza nazionale sulla salute e la sicurezza sul lavoro”. Per presentare e pubblicizzare dati, rapporti, ricerche e studi relativi alla salute e alla sicurezza sui luoghi di lavoro, con particolare riferimento alla dimensione territoriale, alle differenze di genere,alla condizione delle lavoratrici e dei lavoratori italiani e stranieri.

Il Ministero potrebbe fare molto per diffondere la cultura della prevenzione e della tutela della salute dei lavoratori, promuovendo attività di ricerca e studio, campagne di informazione e di comunicazione mirate. Abbiamo chiesto infatti che venga istituito un Fondo per promuovere tali iniziative. Perché è giusto formare e informare gli imprenditori così come i lavoratori. Conoscendo le norme, i comportamenti da tenere, si potrebbero evitare tante morti e troppi dolorosi infortuni.

Nessuno potrebbe dire che non sapeva. 

E se invece sapeva e ha accettato il rischio,allora è giusto in questo caso parlare di omicidio volontario.

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Vietato Morire

dicembre 11th, 2008

Le chiamano morti bianche. Ma sul lavoro si continua a morire anche nel terzo millennioL’on. Antonio Boccuzzi, che ha vissuto la tragedia della ThyssenKrupp, ci offre le sue riflessioni.
Ho enormi perplessità sull’impianto complessivo dei provvedimenti stilato fino ad oggi da questa maggioranza, ravvisando in esso un intento del legislatore teso a sovvertire le tutele e le garanzie, anche di rilievo costituzionale, che assistono il lavoratore nel suo rapporto di per sè non paritario con il datore di lavoro. Noto infatti che dal tenore di diverse disposizioni dei vari provvedimenti, che in alcuni casi risultano a mio avviso volutamente ambigui e di dubbia interpretazione, si può facilmente desumere la volontà di operare una vera deregolamentazione del mercato del lavoro.

Con le parole pronunciate da alcuni esponenti di questo governo provo a convincermi che davvero le morti sul lavoro abbiano l’attenzione di tutte le forze politiche; che non ci sia e non debba esserci colore o bandiera che ci contraddistingue. Perchè allora, nonostante io mi sforzi nell’illusione che davvero dovrebbe essere così, si continua ad attaccare il Testo Unico sulla Salute e la Sicurezza, i lavoratori e il lavoro - quest’ultimo non più inteso come un diritto, ma come un’utopia, il cui raggiungimento non costituisce più l’arrivo, la stabilità, ma un percorso impervio, fatto di stenti e precarietà?

Ogni anno dal nord al sud muoiono in media 1300 persone per infortuni sul lavoro, 1210 nel solo 2007. L’età media di chi perde la vita sul lavoro è di circa 37 anni. Ogni incidente dunque, visto che la vita media è di 79 anni, comporta una perdita di vita pari a 42 anni.

Tra le cause degli incidenti si annoverano l’eccessivo orario di lavoro, la precarietà del lavoro legata ad una formazione insufficiente, il lavoro nero. Siamo di fronte ad una situazione allarmante, nonostante gli sforzi che vengono compiuti, i dati non migliorano in modo significativo. Ciò deve indurci ad una seria riflessione perchè la cifra di 100 morti al mese sarebbe adatta ad un bollettino di guerra.

Credo che sul tema della sicurezza dobbiamo riprendere a ragionare in termini di prevenzione, cioè intervenire prima che si verifichi l’infortunio. Soprattutto, occorre considerare che investire in sicurezza equivale a risparmiare su molteplici fronti: il costo di queste morti è elevato sul piano umano, sociale ed economico. Purtroppo nell’ultimo periodo è prevalsa una logica miope del contenimento dei costi. Non dobbiamo dimenticare che in Italia, secondo le ultime statistiche, vi sono da tre a quattro milioni di lavoratori in nero, ed esiste anche il problema rappresentato dal avoro clandestino, riguardante soprattutto lavoratori extracomunitari. Ebbene, in questo mare si diffondono facilmente l’insicurezza e la mancanza di tutele che alimentano la spirale infortunistica.

Statisticamente emerge un nesso tra gli incidenti (e la loro gravità) e la presenza di lavoro nero e lavoro irregolare, magari svolto da giovani o extracomunitari. Ciò vuol dire che il rischio si concentra in determinate situazioni e su determinati soggetti, che lo devono affrontare in quanto si trovano alle prime armi, fanno il lavoro più pericoloso o che li espone al contatto con sostanze nocive. Così naturalmente si moltiplicano gli incidenti.

Così come può colpire chiunque il lutto sul lavoro, tutti dobbiamo sentirci responsabili allo stesso modo per quanto continua ad accadere. Il rogo alle acciaierie ThyssenKrupp del 6 dicembre 2007, di cui io sono stato impotente protagonista, ha risvegliato le coscienze. Ha riportato alla ribalta nazionale la questione della sicurezza nei luoghi di lavoro (la città di Torino ha dedicato il 2008 proprio a questo tema,ad esempio) e ha fatto riscoprire che esistono  ancora gli operai. Che c’è chi ancora, in una società sempre più moderna e tecnologica, suda ogni giorno (anche quindici ore al giorno!) per garantire a sè e alla propria famiglia un’esistenza dignitosa.

L’esecutivo ha provveduto ad almeno 11 modifiche negative del testo precedente :
- ha rinviato a gennaio 2009 il termine in cui diventerà obbligatorio redigere il Documento di Valutazione dei Rischi
- con il DL 112 del 25 giugno 2008 ha cancellato la sanzione a carico del datore di lavoro per non aver munito i lavoratori di tessera di riconoscimento nell’ambito dello svolgimento di attività in regime di appalto e subappalto. Va anche ricordato che il DL 112/2008 ha cancellato la legge del 17 ottobre 2007, che aveva introdotto l’obbligo per i lavoratori dipendenti e prestatori d’opera, di presentare le dimissioni volontarie dal lavoro, sugli appositi moduli rilasciati dai soggetti autorizzati (centri per l’impiego, direrzioni provinciali del lavoro, uffici comunali, etc.).

Non posso dimenticare il Decreto sulla detassazione degli straordinari, che sappiamo benissimo cosa comporterà, più infortuni sul lavoro, perchè dopo molte ore di lavoro subentra la stanchezza, e quindi il rischio di farsi male.

Avrei voluto dimostrare al presidente Fini nel giorno del suo insediamento, il mio apprezzamento per le sue parole legate alla sicurezza sul lavoro. A questa sua attenzione, a questa sua sensibilità, non fa eco questo governo, che fa grandi passi indietro rispetto alla sicurezza sul lavoro. Una contraddizione inspiegabile che fa venire meno il senso di civiltà che mi auguro ogni parlamentare si sia dato nel suo mandato.

Le tragedie della Thyssen, della Umbria olii, del mulino di Fossano, di Marghera, di Molfetta, di Mineo e di tutte quelle realtà dove ancora oggi si muore di lavoro, non denunciano soltanto un insieme di drammatiche responsabilità, ma anche questioni generali più di fondo su cui sarebbe necessario aprire un vero confronto.

Il sistema sanitario nazionale, e in particolare quello regionale, deve fornire interventi efficaci e tempestivi, attraverso i propri organi, in primo luogo quelli di vigilanza. E’ evidente che l’aumento del numero delle ispezioni nei luoghi di lavoro è importante, ma alla quantità degli interventi si deve accompagnare la loro qualità. Gestire la questione in modo ragionieristico sarebbe riduttivo, poichè credo che l’intervento ispettivo abbia maggior efficacia, se eseguito nelle fasi produttive che rappresentano maggiori rischi e in quelle statisticamente più sanzionate.

Occorre quindi sbloccare al più presto le assunzioni dei tecnici della prevenzione. Oggi in Italia operano 1950 tecnici per cinque milioni di aziende. Vuol dire che si entra in un’azienda ogni 33 anni, se poi si considera che secondo la Camera di Commercio la vita media di una società è tra i 12 e i 15 anni, questo vuol dire che quasi tutti i luoghi di lavoro hanno la certezza statistica di non essere esaminati.

E’ inutile, e questo si scandaloso, gridare periodicamente alla vergogna dei morti sul lavoro se poi non si mettono a disposizione uomini e risorse per garantire un minimo di attività di prevenzione. Le parole per troppo tempo hanno litigato con i fatti.

Io sogno una politica fatta non soltanto di parole vuote, ma fatta davvero di sostanza, di concretezza. Una politica che ridoni ai lavoratori quella dignità, quei diritti sequestrati da questa società.

boccuzzi, lavoro

il giorno della memoria

dicembre 6th, 2008

Oggi, 6 dicembre 2008. È passato un anno, 365 giorni di immagini che continuano ad albergare nella mia mente, gelosa custode di ciò che accadde quella tragica notte. Molto è cambiato. Il futuro, i progetti per il domani sono stati portati via, cancellati, rapiti da un destino crudele. Troppo crudele. Il furto di sette anime innocenti è inaccettabile, sotto ogni profilo. La vita, il regalo più bello e più grande, è svanito. Era quasi Natale, ma quando muoiono gli operai non si vedono comete nel cielo. E il ricordo che li fa vivere, nei pensieri, nelle azioni che compiamo. Nelle facce degli sconosciuti che ogni giorno incontriamo ci sembra di rivedere i nostri cari. No, noi non ci arrendiamo alla morte, l’illusione che la loro anima si sia trasferita dona al pensiero momenti di sollievo. La mia vita è cambiata fin da subito, volevo fare qualcosa. Probabilmente quello che, mio malgrado, non sono riuscito a compiere quella notte: salvare le vite dei miei amici. Immediatamente, però, mi sono imposto una missione: la morte dei miei sette angeli non può essere vana. È assurdo, ma questa società ha bisogno di scuotersi per provare a reagire. 1210 morti lo scorso anno lo reclamano.

In questa mia missione, voglio dare delle risposte. Voglio dare il mio contributo perché altri non piangano altre Thyssen. Il dolore insegna che l’unione e la coesione sono la sola medicina. È mutato il mio ruolo in questa società, ma io rimango la stessa persona. Con pregi e difetti, ma sempre gli stessi di prima. Spero che riusciremo a trovare nuovamente quella coesione, che ci ha dato la forza in questi mesi di andare avanti, di affrontare questa nuova vita, svuotata dell’affetto di chi non c’è più, ma riempita della stima e della solidarietà di nuove persone conosciute in questo nuovo percorso. Ho presentato una proposta di legge per istituire proprio per il 6 dicembre la giornata della memoria dei caduti sul lavoro. Una data che è ormai un simbolo. Dovrà servire a «costringere» il Paese, le nostre coscienze addormentate, ad occuparsi sempre, quotidianamente tutti i giorni di salute, sicurezza e dignità delle persone che lavorano. C’è molta ipocrisia attorno a noi, l’indifferenza ed il senso di abitudine alla morte sono le cose più pericolose. Dobbiamo unire le forze per non disperdere le energie in un Paese distratto e soffocato da una grave crisi economica che potrebbe indurre ad abbassare l’asticella dei diritti. Il bisogno di lavoro è forte ed il rischio per molti di perderlo potrebbe portarci ad accettare condizioni incivili pur di lavorare. Dobbiamo evitare questo perché nulla è per sempre ed il diritto alla vita sul lavoro ce lo dobbiamo riconquistare ogni giorno. Ma ecco che il giorno cala, le ombre, il buio, e qui nella mia stanza, dietro le palpebre, i miei occhi rivivono ancora una volta quel maledetto 6 dicembre.

In questa mia missione, voglio dare delle risposte. Voglio dare il mio contributo perché altri non piangano altre Thyssen. Il dolore insegna che l’unione e la coesione sono la sola medicina. È mutato il mio ruolo in questa società, ma io rimango la stessa persona. Con pregi e difetti, ma sempre gli stessi di prima. Spero che riusciremo a trovare nuovamente quella coesione, che ci ha dato la forza in questi mesi di andare avanti, di affrontare questa nuova vita, svuotata dell’affetto di chi non c’è più, ma riempita della stima e della solidarietà di nuove persone conosciute in questo nuovo percorso. Ho presentato una proposta di legge per istituire proprio per il 6 dicembre la giornata della memoria dei caduti sul lavoro. Una data che è ormai un simbolo. Dovrà servire a «costringere» il Paese, le nostre coscienze addormentate, ad occuparsi sempre, quotidianamente tutti i giorni di salute, sicurezza e dignità delle persone che lavorano. C’è molta ipocrisia attorno a noi, l’indifferenza ed il senso di abitudine alla morte sono le cose più pericolose. Dobbiamo unire le forze per non disperdere le energie in un Paese distratto e soffocato da una grave crisi economica che potrebbe indurre ad abbassare l’asticella dei diritti. Il bisogno di lavoro è forte ed il rischio per molti di perderlo potrebbe portarci ad accettare condizioni incivili pur di lavorare. Dobbiamo evitare questo perché nulla è per sempre ed il diritto alla vita sul lavoro ce lo dobbiamo riconquistare ogni giorno. Ma ecco che il giorno cala, le ombre, il buio, e qui nella mia stanza, dietro le palpebre, i miei occhi rivivono ancora una volta quel maledetto 6 dicembre.

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L´inceneritore ultima miccia per una lite in casa del Pd

dicembre 4th, 2008

Diego Longhin - Repubblica

Non c´è davvero feeling in questi giorni tra il Pd locale e quello nazionale. Dopo le prese di distanza da parte dei vertici romani alle proposte di Chiamparino, ora un´altra battaglia sembra destinata ad allargare le distanze tra Torino e la capitale. Al centro della disputa i certificati verdi, cioè gli incentivi che verrebbero riconosciuti a Torino per la produzione di energia elettrica con i rifiuti dell´inceneritore che sarà costruito al Gerbido. Una montagna di soldi: una ventina di milioni all´anno per quindici anni. Soldi che alcuni parlamentari piemontesi del Pd, a partire da Stefano Esposito, sono riusciti a portare a casa grazie ad un emendamento proposto insieme ad esponenti di An, con la complicità dell´onorevole Agostino Ghiglia, e della Lega. E alla fine il governo ha accettato.
Peccato che lo stesso gruppo parlamentare del Pd abbia presentato altri emendamenti che manderanno in fumo il lavoro di diplomazia fatto da Esposito e Ghiglia. Furenti entrambi. E alla fine a perderci saranno i torinesi. Perché il mancato arrivo degli incentivi provocherà un aumento della Tarsu: da 97 a 140 euro e rotti. Ma il gruppo di parlamentari, ribattezzati lobbysti, non si dà per vinto: Esposito, insieme con Antonio Boccuzzi e Giacomo Portas, hanno già dichiarato che voteranno contro l´emendamento presentato dal loro gruppo e a favore di quello assunto dal governo. Così faranno anche l´onorevole Marco Calgaro, ex vicesindaco di Torino che ha seguito tutto il processo di nascita dell´inceneritore, assieme a Giorgio Merlo.

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Sull’inceneritore il Pd è strabico

dicembre 4th, 2008

Alessandro Mondo - La Stampa 

L’inceneritore è l’emblema di quanto oggi serva un partito del territorio. Un partito che ragioni senza schematismi e senza pregiudiziali ideologiche».

L’ultima staffilata contro il Pd nazionale arriva da Sergio Chiamparino e chiama in causa l’inceneritore del Gerbido, eletto a metafora della distanza che separa il partito dai problemi del territorio. Problemi reali, soppesati dagli enti locali ma spesso estranei alle logiche di un partito con la testa a Roma. «Ha una visione strabica», rincara il sindaco: cioè è incapace di cogliere il nesso tra le decisioni e le ricadute concrete.

L’ultima goccia riguarda gli incentivi per l’inceneritore, i «certificati verdi», reintrodotti nel decreto sull’emergenza rifiuti fermo alla Commissione Ambiente della Camera grazie al tempestivo emendamento bipartisan approvato su proposta di Stefano Esposito, Pd, e Agostino Ghiglia, An-Pdl. Emendamento sostenuto anche dalla Lega. Si tratta dei contributi previsti per gli impianti che, bruciando anche le parti biodegradabili dei rifiuti, producono energia senza ricorrere ai combustibili fossili. Particolare non trascurabile: le agevolazioni, 18 milioni l’anno, sono state conteggiate nel piano finanziario di Trm e il loro venir meno farebbe impennare la Tarsu.

Ieri la doccia fredda. Il gruppo del Pd alla Camera, escluso Esposito, ha presentato una serie di emendamenti (primo firmatario Ermete Realacci, ministro ombra dell’Ambiente) per impallinare l’articolo 9 del decreto: quello che prevede altre e più robuste agevolazioni (i «Cip6») per le Regioni in emergenza-rifiuti. Vedi la Campania. Ma con l’articolo salterebbero anche i commi collegati: compreso quello che garantiva i «certificati verdi» per il Gerbido. 

Da qui l’insorgere di Ghiglia - «il Pd nazionale presenta emendamenti anti-Torino» - e la rabbia di Esposito: «Lavoro perché il mio partito si ravveda». Ma soprattutto del sindaco, che ha raccomandato l’inceneritore all’attenzione di tutti i parlamentari piemontesi come uno dei punti nodali per combattere la crisi e scongiurare l’emergenza-rifiuti: «Per dirla alla Marchionne, gli incentivi o valgono per tutti o non valgono per nessuno. Da parte del Pd nazionale c’è la sottovalutazione, paradossale, di un problema che si ripercuote sulle tasche dei cittadini. Ecco perché su questa vicenda sono pronto a fare alleanze con tutti».

Buona parte dei parlamentari piemontesi di Pd, Pdl e Lega - da Portas a Boccuzzi, da Rossomando a Calgaro, da Merlo a Marcenaro, da Ghiglia ad Allasia - assicurano che martedì, quando il decreto passerà alla Camera, voteranno a favore degli incentivi. Si vedrà.

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Vietato Morire

dicembre 1st, 2008
Vietato Morire
Vietato Morire

 SABATO 6 DICEMBRE 2008 - ORE 21

OFFICINA GRANDI RIPARAZIONI - CORSO CASTELFIDARDO, 16 - TORINO

PERCHE’ L’INIZIATIVA DEL 6 DICEMBRE
sensibilizzare le persone affinchè il 6 dicembre diventi data nazionale per la sicurezza sul lavoro, il 2008 è già anno della sicurezza. Torino può diventare promotore di questa iniziativa e fare da luogo di “ritrovo” ogni anno.

PERCHE’ IL CONCERTO
oggi il concerto e le esibizioni sensibilizzano e mobilitano molto di più di incontri “tradizionali” e frontali con pubblico e relatori che finiscono per rivolgersi sempre alle solite persone già motivate. Un
altro mezzo comunicativo può quindi servire a far pervernire il messaggio a un pubblico molto ampio

A CHI CI RIVOLGIAMO
Oggi il tema della sicurezza ha colpito duramente i più giovani, che si sono visti “sbattere in faccia” la tragedia del liceo Darwin di Rivoli. E’ pertanto a loro che vogliamo rivolgerci in prima battuta, a dimostrazione che oggi il tema della sicurezza è un’emergenza e una priorità da affrontare a tutti i livelli. I giovani rappresentano il “capitale umano e sociale” più prezioso che abbiamo.

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