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Archive for the ‘rassegna stampa’ Category

Boccuzzi, io deputato-operaio nel Palazzo “Subito la Procura nazionale sugli infortuni”

ottobre 5th, 2012

Concetto Vecchio - Repubblica
Antonio Boccuzzi a Montecitorio lo riconosci subito: è l’unico deputato con il codino. “Quando vi misi piede per la prima volta sprofondai nei divani del Transatlantico e pensai che questo posto aveva visto passare i grandi della patria, i Berlinguer, i Moro, assaporai incredulo quel momento, ma poi il primo provvedimento che ci toccò votare in aula fu il salva-Rete 4 e così fui subito riportato alla dura realtà”.
A fine legislatura, la peggiore di tutta la storia repubblicana, che bilancio traccia l’operaio Boccuzzi della sua permanenza nel Palazzo? “Ho cercato, per quanto possibile, di dare il mio contributo sulla sicurezza sul lavoro, perché io la tuta non me la sono mai tolta, e anche se ora sono in Parlamento l’odore della fabbrica non mi ha abbandonato, come quando, alla Thyssen, mi svestivo a fine turno e il puzzo acre ti rimaneva nelle narici”. Ha 39 anni ed è entrato in fabbrica a 18. Il 6 dicembre 2007 fu l’unico degli otto lavoratori della linea cinque a sopravvivere all’inferno di fiamme che divampò nell’ultimo impianto sideurgico di Torino 1. Se la cavò con ustioni di secondo grado al viso e alla mano destra. La sua fu la prima candidatura che Walter Veltroni ufficializzò per il Pd, il 16 febbraio 2008.
La settimana prossima Boccuzzi depositerà alla Camera un progetto di legge per l’istituzione di una Procura nazionale per la sicurezza sul lavoro, un vecchio pallino del procuratore Guariniello. Una precedente mozione ottenne le firme di tutte le forze politiche. “Con un po’ di volontà potremmo farcela ad approvarla prima che si vada a votare”, dice ottimista. La necessità di una regia investigativa unica s’impone per questa sensibile differenza: al Nord i processi si celebrano, al Sud no. “Serve un pool, un metodo moderno che metta insieme competenze e professionalità, anche un solo infortunio, un solo decesso sul lavoro, è una sconfitta per la società”.
Nel 2011 i morti sul lavoro sono stati 920, in calo del 5,4 per cento rispetto ai 973 dell’anno precedente, ma la crisi ha influito sulla riduzione degli infortuni, considerato l’elevato numero di lavoratori posti in cassa integrazione o licenziati.
Un’altra battaglia che voleva fare, quella per l’istituzione della Giornata sulla sicurezza del lavoro il 6 dicembre, invece l’ha persa: “Ci sono state delle incomprensioni con l’Anmil, l’associazione dei mutilati, che celebra già una sua giornata la seconda domenica di ottobre. Loro pensavano che la mia iniziativa fosse sostitutiva, mentre io ritenevo che i due momenti potessero convivere, perché più parliamo di questi argomenti e meglio è”.
Non sa se sarà ricandidato, non ha più un lavoro, perché la Thyssen lo ha licenziato a giugno, “ma non voglio apparire quello che piange, se hai voglia di lavorare un posto lo trovi, certo dopo tutto quello che ho passato la fabbrica mi fa un po’ paura”. Guadagnava 1500 euro al mese, ora in tasca, tolti il contributo al partito (1500 euro), le spese per l’assistente, l’albergo dove vive vicino al Pantheon, gliene restano netti 4500. “Sarei un ipocrita se non dicessi che sono tanti soldi, ho estinto dei debiti, per il resto non è mutato nulla: non ho comprato casa, ho la stessa macchina, mi vesto come prima”. Nella classifica sulla produttività di Openpolis figura 303 esimo su 630 deputati, e ha un indice di presenze pari all’81,59%. Il boccone più amaro da buttare giù è stato il sì alla riforma delle pensioni e all’articolo 18: “Lì mi ha convinto Bersani”.
Quando lo candidarono in molti gli dissero che sarebbe stato solo un numero, uno che pigia il bottone in aula. “Non è stato così. Se uno ha qualcosa da dire gli spazi ci sono, si possono realizzare delle cose, però è innegabile che ci sono parlamentari che sono lì a loro insaputa. Sempre più spesso i banchi del Pdl sono vuoti, è la fotografia di un partito che sta morendo, ma quando c’era da difendere Berlusconi stavano lì ligi e compatti. È stato avvilente: il Paese crollava e noi eravamo costretti a votare che Ruby era la nipote di Mubarak. Ora è vero che si potrebbe lavorare di più, i lavori in Parlamento sono limitati dal martedì a giovedì, è poco, ma il lavoro del deputato poi dovrebbe proseguire sul territorio. Io ho girato l’Italia, dalla Valle d’Aosta alla Sicilia, per portare il mio mattoncino al miglioramento delle condizioni di sicurezza nelle fabbriche, con i famigliari dei miei compagni ci sentiamo spesso, anche più volte la settimana”.
La classe dirigente fa feste con maschere di maiali, esplode uno scandalo alla settimana, la corruzione permea le istituzioni, la fiducia nei partiti è crollata al 4 per cento. “E’ pesante dover far parte di una categoria tanto odiata, anche se la gente spesso si rivolge a me dicendomi “sei tra i pochi che si salvano là dentro”. Non è vero. Conosco un sacco di colleghi seri che lavorano con impegno, in silenzio, però l’antipolitica è alimentata dalla stessa politica: quel che è successo alla Regione Lazio offre praterie agli indignati: come dar loro torto?”.

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Fnac, sit in nella movida per evitare la chiusura

settembre 21st, 2012

MARIACHIARA GIACOSA - Repubblica
Appuntamento stasera alle nove in piazza Vittorio per salvare Fnac. I centoventi dipendenti dei due punti vendita della multinazionale francese hanno organizzato, nel bel mezzo della movida del venerdì sera, un sit in di protesta contro l´azienda che a gennaio ha annunciato di essere in crisi e a caccia di un compratore gettando un´ombra funesta sul futuro dei suoi megastore italiani. Da allora non ha più dato comunicazioni ufficiali. «Non sappiamo niente - spiegano i dipendenti - e l´azienda deve darci delle risposte». La scadenza è infatti il 31 dicembre, termine entro il quale il gruppo Ppr, che oltre a Fnac possiede anche brand di lusso come Bottega Veneta e Gucci, deve decidere se chiudere i punti vendita in Italia o venderli. Ammesso che qualcuno li compri e la congiuntura economica generale, e del settore, certo non aiuta. Ecco perché da qualche mese i 120 dipendenti dei negozi di via Roma a Torino e di Le Gru a Grugliasco sono in agitazione, insieme agli altri colleghi italiani. E anche all´estero le cose non vanno meglio: in Francia i lavoratori a marzo addirittura hanno sequestrato per sette ore il responsabile delle librerie della capitale.
E dopo le proteste di Milano, Firenze e Roma, in occasione delle Vogue Fashion´s Night Out, stasera la mobilitazione arriva a Torino. Hanno invitato istituzioni, personaggi dello spettacolo, dalla Litizzetto ai Subsonica, e contano soprattutto sulla partecipazione del clienti. Quella galassia di appassionati di musica, libri e tecnologia che negli anni ha fatto dei negozi Fnac uno dei punti di riferimento della vita culturale della città.
Prima del sit in i lavoratori incontreranno il vice sindaco Tom Dealessandri per chiedere, come spiega il segretario della Uiltuc Piemonte, Cosimo Lavolta «il massimo impegno per proteggere questi lavoratori e le loro famiglie». I sindacati aspettano la convocazione di un tavolo nazionale e ieri anche i parlamentari del Pd Stefano Esposito e Antonio Boccuzzi hanno sollecitato l´azienda a fare chiarezza. «Siamo di fronte a una nuova potenziale grave situazione - dicono - in città già duramente colpite dalla crisi».
Fnac per ora non risponde e si limita ad annunciare che entro i prossimi 15 giorni incontrerà i vertici istituzionali delle città in cui hanno sede i punti vendita, compreso l´assessore regionale al lavoro Claudia Porchietto, che già a giugno aveva già incontrato i vertici aziendali per avere certezze sul futuro degli addetti piemontesi.

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Boccuzzi: manifesto contro la violenza il movimento ora prenda le distanze

luglio 21st, 2012

Meo Ponte - Repubblica
«IL MANIFESTO non è contro il movimento No Tav, nonostante io sia notoriamente a favore della linea a Alta Velocità. E’ contro la violenza e a sostegno di chi, lavoratori del cantiere di Chiomonte ma anche lavoratori delle forze di polizia, di questa violenza è vittima…» spiega Antonio Boccuzzi, deputato Pd, uno dei tre firmatari del «manifesto
degli onorevoli»(gli altri sono Stefano Esposito, anch’egli del Pd e Giacomo Portas dei Moderati) che da qualche giorno campeggia sui muri cittadini.
Onorevole Boccuzzi quando avete ideato il manifesto che immortala un momento degli scontri in Val Susa con un commento esplicito: “C’è chi tira pietre e sfascia il Paese. Noi
stiamo con chi lavora”?
«Un paio di settimane fa, ma i manifesti hanno cominciato ad essere affissi solo da lunedì. Noi appoggiamo il Tav perchè è un’opportunità per il lavoro e per l’occupazione. Il nostro manifesto però non voleva essere polemico nei confronti del movimento No Tav che ha tutti i diritti di esprimere le sue posizione. E’ semplicemente una presa di posizione contro la violenza ed è sostanzialmente un invito a quella parte che io credo numerosa che si batte contro l’Alta Velocità restando nell’ambito della legalità a prendere le distanze da chi invece pratica una violenza inaccettabile
».
Su Internet sono subito apparse però parodie del manifesto…
«Probabilmente perché non se è capito il vero significato. Noi ribadiamo: il dissenso espresso in modo democratico è del tutto lecito, in modo violento no…».

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Boccuzzi: la riforma aumenterà i rischi

marzo 27th, 2012

FEDERICA CRAVERO - Repubblica
«PURTROPPO la sicurezza è ancora vista come un costo: per alcuni imprenditori si tratta, loro malgrado, di scegliere tra pagare gli stipendi o migliorare i sistemi di sicurezza. E la riforma del lavoro di cui si discute rischia di aggravare la situazione», lo dice Antonio Boccuzzi, ora deputato del Pd, che poco più di quattro anni fa rimase ferito nell´incendio della Thyssenkrupp, in cui morirono sette colleghi.
In tempo di crisi la sicurezza è ancora più a rischio? «In teoria tra sicurezza e lavoro non si dovrebbe nemmeno scegliere, invece purtroppo in questo periodo si accetta qualunque mansione e a qualunque condizione. E anche gli imprenditori, soprattutto quelli piccoli, non hanno denaro per mettersi in regola e vivono il dilemma: chiudere o restare aperti ma senza tutele? Di fronte a questi problemi, però, la politica non sempre va nella direzione giusta».
In che senso?
«Per esempio alla Camera siamo riusciti a bloccare una norma gravissima del decreto semplificazioni, che avrebbe ridotto o eliminato i controlli degli ispettori per le aziende certificate. E speriamo che non venga riproposta più avanti sotto un´altra forma. Anche la riforma del mercato del lavoro, così come prospettata, non fa che peggiorare la situazione».
Perché?
«Chiunque si sentirebbe potenzialmente e facilmente licenziabile e finirebbe per lavorare oltre le proprie possibilità, a ritmi non accettabili, riducendo la concentrazione e l´attenzione alla sicurezza».
Quale può essere una soluzione?
«La sicurezza del posto di lavoro dovrebbe essere considerata un investimento e non un costo. Per esempio si potrebbero studiare degli sgravi ai contributi Inail per le ditte che investono sulla tutela dei lavoratori: questo è tema di un progetto di legge che stiamo studiando. Poi è fondamentale che si crei la procura nazionale sugli infortuni sul lavoro: l´esperienza di un procuratore come Raffaele Guariniello deve essere estesa a qualunque infortunio avvenga in qualunque zona d´Italia».

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De Tomaso, c’è il nuovo socio Rossignolo cede la maggioranza

febbraio 9th, 2012

Marina Cassi - LaStampa
La famiglia Rossignolo ha ceduto il controllo della De Tomaso a un gruppo di investitori «esperti nel settore automobilistico che si sono dichiarati assolutamente convinti della validità del piano industriale».
E la famiglia rimarrà in azienda «a occupare alcuni fondamentali ruoli legati soprattutto alla produzione e alla commercializzazione del prodotto, mentre al nuovo socio di maggioranza faranno capo le decisioni finanziarie».
Il comunicato aziendale è arrivato nel pomeriggio del giorno in cui ci si aspettava una svolta nella lunga trattativa che da mesi impegna i Rossignolo nella ricerca di un partner che voglia produrre a Grugliasco. E la svolta c’è stata. Sono ancora in corso spiega l’azienda - le ultime incombenze burocratiche. In sostanza i nuovi partner - che con ogni probabilità sono cinesi - e che agiscono attraverso un istituto di credito italiano dovrebbero portare ingenti capitali, che sarebbero in transito tra Hong Kong, Londra e Torino. E, pare, anche la possibilità di esportare in mercati emergenti per il settore del lusso le auto made in Italy che usciranno da Grugliasco.
La famiglia negli scorsi mesi aveva spiegato che la partnership con un gruppo indiano era saltata perché il socio non voleva avviare le produzioni nei due stabilimenti italiani della De Tomaso.
Quando saranno ultimati «gli adempimenti tecnici, societari e economici» la famiglia Rossignolo assicura che presenterà i nuovi soci. In quel momento i 900 addetti avranno la certezza di avere un futuro. E lo stesso accadrà ai 200 di Livorno. Gli addetti torinesi sono ex dipendenti della Pininfarina che, al culmine della sua crisi nell’ottobre del 2009, aveva ceduto stabilimento e addetti ai Rossignolo.
Prudente il commento del segretario Fiom, Federico Bellono: «Ci sembra presto per dare giudizi definitivi. Se nei prossimi giorni le dichiarazioni si confermeranno con fatti sarebbe cosa positiva». Aggiunge: «E’ ovvio che gli assetti societari hanno importanza. Da tempo si sapeva che la famiglia cercava un partner per sbloccare la situazione finanziaria. A noi interessa che vengano ribaditi gli impegni produttivi presi». Stamane ci sarà un incontro dei lavoratori davanti alla fabbrica.
Per i deputati Pd Boccuzzi e Esposito «la situazione è ormai insostenibile, è necessario che le istituzioni intervengano per pretendere chiarezza».

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Caselle, l´Alenia e il mistero dello stabilimento fantasma

gennaio 29th, 2012

DIEGO LONGHIN - Repubblica
«Sono passati mesi, i Comuni hanno fatto tutti i passi necessari, ma non si muove nulla. Perché?». È la domanda che si pongono tre deputati torinesi, Stefano Esposito (Pd), Antonio Boccuzzi (Pd) e Giacomo Portas dei Moderati eletto nelle liste dei Democratici. Tanto da chiedere lumi al ministro per lo Sviluppo Economico, Corrado Passera, con un´interrogazione a risposta scritta, ripercorrendo tutta la vicenda legata alla chiusura definitiva degli stabilimenti di corso Marche e al raddoppio del sito di Caselle.
Due passaggi diversi ma che viaggiano in parallelo per portare a termine l´operazione. Ma ai tre deputati, e prima di loro ai sindacati, tra cui la Fiom, viene il dubbio che tutto l´intervento, dalla chiusura di corso Marche, trasformato in uno dei nuovi quartieri di Torino, all´allargamento dello stabilimento di Caselle. «Il Consiglio comunale di Torino, nella primavera scorsa, ha approvato una variante delle destinazioni d´uso dell´area di Corso Marche che porterà ad una consistente valorizzazione del sito con grandi vantaggi che determineranno le risorse per il nuovo investimento industriale - scrivono i tre deputati - il Comune di Caselle, sempre nella primavera scorsa, ha concesso le autorizzazioni per la costruzione del nuovo stabilimento vicino all´aeroporto. Sono trascorsi diversi mesi e non si hanno notizie dei tempi, dei modi e dell´avvio del trasferimento».
Nel frattempo nell´accordo dell´8 novembre Alenia Aeronautica, ribattezzata Alenia Aermacchi, ha confermato il polo aeronautico militare per Torino. Ma nulla è cambiato, tanto che Esposito, Boccuzzi e Portas chiedono al ministro «se corrisponda al vero che si stanno riprogettando le dimensioni e le caratteristiche del nuovo stabilimento di Caselle». Il che porterebbe ad una ridiscussione di tutto l´iter e delle autorizzazioni, senza sapere quali potrebbero essere i tempi. A Passera i tre chiedono anche se dal piano industriale presentato da Alenia, che fa parte del gruppo Finmeccanica, «si evince l´effettiva volontà di rilanciare il polo aereonautico torinese, i contenuti, i prodotti e le scelte di mercato, nonché i livelli occupazionali, la loro qualità e quantità».
Esposito, Boccuzzi e Portas si chiedono poi «quali procedure si adotteranno per la progettazione e la costruzione del nuovo stabilimento». La questione non è da poco perché potrebbe far la differenza sui tempi. «Alenia Aeronautica valorizzerà e svilupperà direttamente le aree di corso Marche o invece venderà ad un soggetto terzo? Con quale criterio e procedure si procederà alla sua eventuale scelta?», si chiedono.
Finmeccanica per procedere con l´operazione aveva dato mandato al consorzio Csi di Verona. Una sorta di opzione per realizzare il nuovo quartiere di 250 mila metri quadri firmato dallo Studio Amati e il nuovo sito vicino all´aeroporto. E poi? Come mai non si è mosso nulla? Anche perché con parte dei soldi che arrivano dall´acquisto e dalle realizzazioni si deve finanziare la costruzione dello stabilimento a Caselle. I tre deputati chiedono a Passera «se corrisponda al vero la notizia per cui era stata data un´opzione sia per la costruzione del nuovo stabilimento sia per l´acquisto delle aree di Corso Marche ad un consorzio di Verona e ad alcune imprese di costruzione, opzione che sarebbe scaduta il 31 dicembre». Se così fosse ci sarà ancora un allungamento dei tempi e alla fine «quali saranno le procedure che garantiranno la correttezza e la trasparenza della scelta degli interlocutori?».

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Un voto contro il governo sarebbe un voto contro di me

dicembre 16th, 2011

Carlo Bettini - LaStampa
«Sono molto deluso per le mancate liberalizzazioni, ma il termine stupefatto contiene anche un attestato di stima per la persona del premier e mi aspetto che rimedi al più presto». Ha appena stoppato i malpancisti del suo partito, rassicurandoli che «in aula difenderò io i lavoratori precoci», quelli «entrati in fabbrica a 15 anni» che vanno in pensione dopo 42 anni di lavoro. Lanciando pure un ultimatum, «perché la battaglia politica su questo punto la incarno io e un voto contro Monti sarebbe un voto contro di me». E ora il leader del Pd esce sollevato da un’assemblea del gruppo servita a far sfogare gli umori più plumbei dei Democratici.
Dopo le dichiarazioni di guerra dei filo-Cgil Boccuzzi ed Esposito che avevano minacciato di astenersi o di votare contro la fiducia, in serata arriva la schiarita. E anche i due dissidenti, che con la loro astensione potevano provocare un effetto domino, si dicono soddisfatti.
«Ho sentito un discorso molto convincente del segretario - dice Boccuzzi - che mi ha tranquillizzato sul fatto che i temi da noi sollevati sulle pensioni, quelli dei lavoratori “penalizzati” e dei “precoci” non sono rimasti confinati nel recinto della Commissione Lavoro. Insomma, è una battaglia che il partito ha fatto propria e ora possiamo votare la fiducia». L’ex operaio non nasconde la sua «grande sofferenza emotiva» e racconta come «questa manovra non piace a nessuno nel Pd». Lo testimoniano gli interventi preoccupati di vari deputati che, sulla falsariga del responsabile Lavoro Damiano, all’assemblea del gruppo hanno sollevato forti critiche al decreto.
Bersani è consapevole che con un partito in crescita nei sondaggi (al 28,5%) e la voglia di andare a votare dei suoi, sarà dura tenere il timone in un mare in tempesta come quello in cui naviga il Pd costretto a votare i sacrifici per i pensionati. Per questo va dicendo che si batterà per attenuarli, mostrandosi fiducioso che almeno sulle liberalizzazioni «Monti rimedierà». E ad un certo punto sbotta: «E poi, è mai possibile che i commercianti dalla sera alla mattina si siano visti abolire licenze, orari e quant’altro dal signor Bersani e ora dicano giustamente “ma tocca solo a noi?”. E che oggi invece una parafarmacia con un farmacista laureato non possa vendere le medicine solo perché lì accanto c’è una farmacia? Non esiste». E se sui lavoratori “penalizzati” dalla riforma delle pensioni, già si prevedono correzioni nel decreto mille-proroghe di fine anno, per intervenire sulle liberalizzazioni il leader Pd osserva che «se vogliono gli strumenti li hanno eccome. E non ci sono solo le farmacie, si deve parlare di assicurazioni, banche, petrolio, trasporti. E chiederemo che si applichi subito una legge sulla concorrenza che è già prevista ma è bloccata da tre anni».
Poco prima, al gruppo Pd, il segretario stoppa le norme sul mercato del lavoro come prossimo passo del governo, perché «altro che flessibilità, il tema non può essere l’articolo 18, ma una riforma degli ammortizzatori sociali usando i risparmi delle pensioni. La barra è possibile raddrizzarla anche dopo, ora dobbiamo riuscire a valorizzare i miglioramenti oggettivi della manovra che siamo riusciti a ottenere, senza concentrarsi su ciò che manca. Detto questo, vogliamo prenderci a cuore la sorte dei “precoci”, perché l’Italia deve premiare chi è andato a lavorare da giovane, non penalizzarlo. Ma è un compito che porteremo a termine solo se restiamo compatti».

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Moncalieri, oltre 200 esuberi: decine di coppie senza stipendio

giugno 7th, 2011

Giuseppe Legato - LaStampa
Hanno condiviso tutto: il matrimonio, i figli, il lavoro. Adesso è il momento del boccone amaro da digerire insieme: la perdita del posto. A Moncalieri la chiamano la fabbrica delle famiglie. E un motivo c’è: sono decine le coppie che fino a ieri lavoravano insieme alla Askoll (ex Plaset ed ex Emerson), sul cui futuro sta calando il buio più nero proprio in queste ore.
L’ultima proposta dell’azienda - che produce pompe per lavatrici - è stata considerata «irricevibile» da Cgil, Cisl e Uil. Prevede che nello stabilimento di via Vittime del Vajont rimangano in 30. Fino a ieri i dipendenti erano 245 (nel 2008 erano 400, nel 2001 650). Una scelta drastica comunicata con risolutezza. Lo stesso non si può dire per lo stabilimento gemello di Asti, in cui 150 operai rimarranno al loro posto (organici comunque dimezzati).
Domani pomeriggio (oggi per chi legge) ci sarà in Regione l’incontro finale. Ore 14: si decide il futuro di 230 operai. Famiglie normali. Come quella di Antonio Carrozza e Santina Sammacca, entrambi impiegati nello stabilimento che volge alla chiusura. Hanno tre figli di 5, 10 e 12 anni. «Il mutuo scade tra un anno, abbiamo quasi finito». Altra coppia neo-disoccupata Grazia Carbotti Colucci e Pasquale Tirone: «Quando ci siamo sposati, 26 anni fa, abbiamo rinunciato al viaggio di nozze. Eravamo i custodi della fabbrica. Le ferie le abbiamo posticipate, la luna di miele aspettavamo di farla con la pensione. Anche stavolta ci andrà male».
Storia strana quella della Askoll perché l’azienda ha appena investito 7 milioni di euro in nuovi macchinari: «Li smonteranno e se li porteranno a Vicenza nel loro stabilimento principale» spiega Sergio Marini, anche lui sposato con una dipendente Askoll. Il piano industriale accettato dai lavoratori tre anni fa prevedeva più di 200 uscite. «Sono andati via tutti, siamo rimasti in 245 - racconta Laura Castellaro sposata con il carrellista Antonio Cataldo - e ora mandano via anche noi».
In Regione oggi si preannuncia una seduta fiume. E dai toni accesi. L’antipasto è il comunicato stampa degli onorevoli del Pd Stefano Esposito e Antonio Boccuzzi che ieri hanno raggiunto i cancelli della fabbrica: «La decisione di chiudere di fatto lo stabilimento Askoll di Moncalieri è inaccettabile. Siamo di fronte a un nuovo killeraggio, a uno scempio di posti di lavoro. Si tratta di un vergognoso episodio di pirateria ad opera di bancarottieri senza scrupoli che acquistano aziende, le svuotano e poi licenziano i lavoratori. Le istituzioni devono intervenire urgentemente aggiungono Esposito e Boccuzzi - a cominciare dalla Regione Piemonte a cui a suo tempo chiedemmo di convocare un tavolo di crisi. Chiediamo al gruppo regionale del Pd di incalzare il Presidente Cota e l’Assessore Porchietto affinché quella dell’Askoll non sia l’ennesima morte silenziosa».

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Il sopravvissuto Thyssen “Un tuffo al cuore”

maggio 9th, 2011

Paolo Griseri - Repubblica
Applausi. Applausi che filtrano dalle porte chiuse della Fiera di Bergamo, dall’assemblea di Confindustria. Applausi per Herald Espenhanh, l’ad della Thyssen condannato dal tribunale di Torino per omicidio volontario, per la morte di sette operai nell’acciaieria della morte.Antonio Boccuzzi è l’unico sopravvissuto a quella tragedia.
Applausi. Boccuzzi, come ha reagito?
“Quando l’ho saputo ho avuto un tuffo al cuore. Mi sono venuti in mente altri applausi. Quelli del giorno dei funerali, quando le bare uscivano sul sagrato del Duomo di Torino e la gente chiamava eroi i miei compagni morti. E poi gli applausi della sera della sentenza, gli applausi delle mogli e delle vedove e di tutti coloro che pensavano che in quel tribunale si fosse fatta giustizia”.
Qual è la differenza?
“A differenza degli altri, gli applausi degli industriali, per fortuna, non li ho ascoltati. Li ho letti sui giornali, li ho sentiti raccontare dai tg. A me non sono sembrati applausi. Non era una scena umana, di quelle che uno può capire, come le altre due. Era un applauso che sembrava un fischio, un fischio alla giustizia, un fischio all’idea che chi lavora debba essere rispettato perché è una persona. Mi sono venuti in mente due paradossi”.
Quali paradossi?
“Il primo è che se Espenhahn fosse stato condannato per omicidio colposo, come capita nei processi per incidenti sul lavoro, non sarebbe stato applaudito. Lo applaudono perché è stato condannato per omicidio volontario. Il secondo paradosso è che proprio Confindustria, l’associazione che espelle chi paga il pizzo, si mette ad applaudire chi è stato riconosciuto responsabile di una tragedia così grande. C’è un grande contrasto”.
Per lei Espenhahn è un assassino?
“Io preferisco non mettermi ad appiccicare aggettivi alle persone. C’è una sentenza che lo dice e capisco che i familiari delle vittime utilizzino quell’espressione. Per me lui è solo la punta dell’iceberg. E gli applausi a lui sono il sintomo di un modo di pensare, non un episodio isolato. Perché prima degli applausi di Bergamo, ci sono state le dichiarazioni di autorevoli esponenti del mondo industriale che esprimevano lo stesso concetto: se non chiudete gli occhi sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, scordatevi che arrivino investimenti in Italia. Qui si investe solo a condizione che ci si dimentichi di leggi che in Germania vanno rigidamente rispettate”.
Di fronte a quegli applausi non pensa che la politica si sia distratta?
“Non so se ci sia stata sottovalutazione. Io guardo alle cose concrete. Due anni fa in Parlamento c’era chi proponeva di togliere la responsabilità della sicurezza ai vertici delle aziende se si trovava qualcuno dei loro sottoposti che veniva riconosciuto colpevole. Come se gli amministratori delegati fossero una casta a parte. Per fortuna siamo riusciti a bloccare la legge”.

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Non sono un assassino Voglio giustizia per tutti

aprile 28th, 2011

Elena Lisa - LaStampa
Non sono un assassino, ma soltanto la vittima di un enorme errore giudiziario, di un processo mediatico, piuttosto che di un processo giusto che non ha minimamente preso in considerazione le tantissime ragioni e prove a discolpa, portate dalla difesa». Parte all’attacco, più che con l’esasperazione della propria innocenza, Marco Pucci, consigliere delegato della TyssenKrupp Acciai, condannato in primo grado a 13 anni e mezzo per il rogo della fabbrica di Torino. Un attacco soprattutto ai mezzi di comunicazione che il consigliere per l’area commerciale e il marketing ha deciso di scrivere in una lettera-sfogo spedita, ieri, all’ Ansa . Secondo Pucci nei mesi che seguirono l’inferno di fiamme scoppiato in Corso Regina un «tam tam mediatico a senso unico, assordante» avrebbe «inculcato nella coscienza collettiva che i manager della multinazionale tedesca erano tutti degli assassini». Sul banco degli imputati oltre all’amministratore delegato Harald Espenhahn, 45 anni di Essen, condannato per omicidio, finirono anche Cosimo Cafueri, responsabile della sicurezza, Giuseppe Salerno, responsabile dello stabilimento torinese, Gerald Priegnitz, membro del comitato esecutivo dell’azienda assieme a Marco Pucci, e un altro dirigente Daniele Moroni, accusati di omicidio e incendio colposi - con colpa cosciente - oltre che di omissione delle cautele antinfortunistiche.
«Sono un assassino - scrive ancora Pucci -, ma non ero considerato tale quando, dopo il drammatico incidente di Torino andai in quella città, che non era meta della mia attività, ed in quello stabilimento, che non avevo mai visto prima. Andai a Torino per portare il cordoglio, della nostra società, ai familiari delle vittime tragicamente scomparse. Nessuno mi considerava un assassino, tutti mi accolsero con garbo e con parole di comprensione». I commenti alle pene inflitte quattro anni dopo il rogo hanno diviso gli animi in due. In molti, a Torino soprattutto, parlarono e ancora parlano di «una sentenza giusta ed epocale». Diverso lo stato d’animo a Terni dove la Thyssen ha la sede principale. Il sindaco dela città abruzzese, Leopoldo Di Girolamo, dopo il processo, a caldo, dichiarò: «E’ una decisione che non capisco. Al di là delle pene personali inflitte ai sei imputati e sulle quali solo chi conosce pienamente gli atti può dare una valutazione, credo che la sentenza sia punitiva nei confronti dell’azienda e dei lavoratori che ora si troveranno in difficoltà». E domande sul peso e sul senso della pena le pone anche il consigliere delegato della Thyssen: «Mi chiedo, alla luce della condanna inflittami quale è la mia colpa? Mi chiedo, se l’incidente fosse accaduto in una fabbrica non destinata a chiudere, le accuse e la condanna sarebbero state le stesse? Mi chiedo, se fosse stata coinvolta un’azienda italiana al posto di una tedesca, l’esito del processo sarebbe stato lo stesso?». Domande a cui segue un augurio: avere «dal prossimo grado di giudizio, un ambiente sereno, senza l’amplificazione mediatica che ha accompagnato il primo grado. Perché quello che tutti ci aspettiamo e lo dobbiamo soprattutto alla memoria dei sette ragazzi deceduti, é che venga fatta giustizia, quella vera».
Una lettera che fa già discutere. La risposta di Antonio Boccuzzi, sopravvissuto al rogo non si è fatta attendere: «Sono sconcertato - ha detto - Se Pucci vorrà lo accoglieremo ad un convegno che stiamo organizzando per ascoltare anche le sue ragioni e discutere sulla cultura della sicurezza sul lavoro che in Italia inizia a diffondersi. Partendo però da un dato di fatto: la sentenza di condanna della Corte d’Assise emessa dopo quello che reputo un giusto processo».

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