Archive

Archive for the ‘boccuzzi’ Category

Scusi… per l’Italia?

marzo 3rd, 2011

Crispiano - Sabato 5 Marzo
“GIORNATA DEDICATA ALLA SICUREZZA SUL LAVORO”
Proiezione del film ‘La Fabbrica dei Tedeschi’
A seguire gli studenti della scuola secondaria di Crispiano si confronteranno con
Antonio Boccuzzi (parlamentare, sopravvissuto tragedia TyssenKrupp), Gianni Florido (Presidente Provincia di Taranto), Francesco Laddomada (consigliere regionale), Giuseppe Laddomada (Sindaco), Sergio Sisto (Assessore Cultura)
A cura dell’Assessorato alla Cultura, Rete civica 150°
Crispiano, C/o Cinema-Teatro Comunale, Piazzetta Casavola - Ore 9.30
Info: 099 616079

boccuzzi ,

Tragedia Thyssen, intervista al deputato Antonio Boccuzzi

gennaio 11th, 2011

Immagine anteprima YouTube
Enzo Di Frenna e Matteo Marini - QuotidianoSicurezza
ROMA - Sono trascorsi tre anni dalla tragedia ThyssenKrupp dove morirono 7 operai. Ma l’unico supersiste, l’ottavo lavoratore, non dimentica. Si salvò grazie a un muletto che lo protesse dalla fiamme. Ma in quei minuti terribili memorizzò per sempre le grida di dolore dei suoi compagni, che bruciarono vivi. Oggi Antonio Boccuzzi è deputato del Partito Democratico e si batte per sensibilizzare le aziende e i lavoratori sulla necessità di lavorare in sicurezza, proteggendo la propria salute e la propria vita. Quotidiano Sicurezza lo ha intervistato pochi giorni prima di un annuncio importante: quello del giudice Raffaele Guarinillo, che nell’aula del tribunale di Torino chiedeva 16 anni di carcere per l’amministratore delegato della Thyssenkrupp,

Antonio Boccuzzi, parlamentare del Partito Democratico, unico sopravvissuto alla tragedia della Thyssnkrupp, dove otto operai di cui sette morirono, e lei, appunto è sopravvissuto. Oggi è parlamentare ed è impegnato sul tema della sicurezza e della tutela della salute dei lavoratori. Io vorrei subito chiederle un suo ricordo di quel tragico evento.

«Quella sera eravamo in otto. Sette di questi ragazzi non ci sono più, sono in un altro luogo, un luogo che rappresenta il dolore, rappresenta il posto dove si ritrovano le famiglie di questi ragazzi, di questi lavoratori, dei miei amici. Perché poi questo eravamo. All’interno della Thyssen si erano creati dei nuovi rapporti, non era solo il luogo di lavoro ma era diventato anche il luogo di amicizia dove le stesse si sviluppavano in funzione di turni che in qualche maniera avevano cancellato le altre amicizi,e che si avevano all’esterno dello stabilimento, perché noi facevamo una forma di turno a ciclo continuo quindi sei giorni di lavoro, due di riposo, si lavorava il sabato, la domenica, la notte e si creavano all’interno dello stabilimento quasi delle nuove famiglie per cui il dolore condiviso con le famiglie di appartenenza aumenta anche per questo, perché i rapporti vanno ben al di là di quello che sono i rapporti normali che ci possono essere in altre situazioni di lavoro.»

Ci racconti cosa è successo quella sera. Un suo ricordo dell’evento.

«Eravamo in una situazione normale di lavoro, la linea girava, e noi eravamo in attesa di imboccare un nuovo rotolo. Noi producevamo rotoli di acciaio e durante questa attesa si fa un controllo del processo attraverso delle telecamere, attraverso dei display, attraverso dei computer. Improvvisamente uno dei mie colleghi si accorse di un inizio di incendio, un principio di incendio in mezzo alla linea e ci precipitammo tutti all’esterno. Eravamo sei diretti operatori della linea, il capoturno e un altro ragazzo che si occupava di altro ma era venuto in quel momento ad avvisare il capoturno che era arrivato in ritardo. Quindi anche la condizione di questo ragazzo… cioè lui muore solo per essere andato a comunicare il suo ritardo al capoturno. Si precipita però con noi, perché c’era anche questo sentimento di solidarietà che vivevamo … si precipita con noi a cercare di spegnere questo incendio, un piccolissimo incendio, avevamo spento moltissime altre volte incendi come questo. Dopo però, nel momento in cui io mi avvicino alle fiamme il mio estintore non funziona, è vuoto, mi rendo conto di questo, dove aver provato a nebulizzarlo e lo lancio via anche arrabbiato. Questa è una mancanza, un esulare le norme di sicurezza basilari perché l’estintore avrebbe dovuto essere carico, avrebbe dovuto essere nel posto in cui purtroppo non c’era.»

Quindi a suo avviso, a posteriori, che indice di sicurezza c’era in quel periodo alla Thyssen?

«Bassissimo. E anche dovuto al fatto che l’azienda aveva deciso di chiudere la realtà di Torino … perché lo stesso anno la Thyssen aveva deciso di chiudere Torino e trasferire gli impianti, e in qualche maniera anche gli operai a Terni, come se questa potesse essere una soluzione normale, indolore, di un processo che in realtà richiede a mio avviso un dato completamente diverso da quello utilizzato dall’azienda. Quindi non si è più fatta manutenzione, la sicurezza è diventata a mio avviso un costo e non un investimento per l’azienda, tanto è vero che nell’arco del procedimento penale è venuto fuori anche che la stessa assicurazione aveva chiesto di fare un sistema antincendio proprio su quella linea. Così non è stato, non è stato realizzato e si è permesso in qualche maniera che potesse accadere questo.»

Quindi lei conferma il fatto che a seguito dell’incidente molti cominciarono a puntare il dito contro l’azienda affermando proprio questo: e cioè che l’incidente era stato causato dalla violazione di standard di sicurezza. Si parlò anche di estintori scarichi, mal funzionanti, ma soprattutto di assenza di personale specializzato…

«Certo, una delle motivazioni e delle criticità che avevano reso tutto più difficile era proprio questa: l’assenza di misure basilari di sicurezza e allo stesso tempo l’assenza di persone che avessero l’esperienza, soprattutto in quella linea, perché ovviamente i profili più alti, cioè quelli che avevano più esperienza avevano trovato altre soluzioni di lavoro in altri ambiti, quindi erano andati via, tanto è vero che occorreva sopperire al’assenza di personale con dello straordinario. Io e Antonio Schivò, che è stato il primo ragazzo a morire in quell’incendio, eravamo quella notte all’undicesima ora di lavoro e così i giorni precedenti, il lunedì il martedì, perché l’incidente cadde nella notte di mercoledì. Il lunedì e il martedì noi facemmo circa quindici ore di lavoro.»

Si è detto che la Guardia di Finanza ha trovato nell’ufficio dell’amministratore delegato della Thyssen, Herald Espenhahn, un documento in cui si diceva che lei andava fermato come unico testimone e quindi in qualche modo sostiene la tesi che la colpa è degli operai. A lei risulta che questo documento sia stato trovato e in qualche modo che livello di boicottaggio c’è stato da parte della Thyssen?

«Mah, io quando seppi dell’esistenza di questo documento iniziai a vivere ancora peggio perché nel momento in cui leggi che il sottoscritto andava fermato, con ogni mezzo, è ovvio che dentro la tua testa, e nella mia che vivevo in quel momento una situazione molto molto particolare, puoi aspettarti qualsiasi cosa. Fortunatamente non accadde nulla, però è ovvio che le paure erano notevoli. Fu confermato nell’arco del procedimento penale che questo documento esisteva davvero e la cosa di cui io sono certo è che alla Thyssen infastidì la mia presenza, il fatto che io andassi in televisione, sui giornale, a raccontare quello che era accaduto quella notte. Ma io insisto anche su una cosa: io non ho mai caricato di nulla, né di rancore né di nient’altro, per quello che è accaduto in quella vicenda. Ho solo raccontato le cose così come sono andate, non ho mai riservato rancore né verso la Thyssen né verso gli imputati, benché oggi mi rendo conto che anche questo sentimento non lo meriterebbero perché permettere che sette persone, che erano lì solo per guadagnarsi il pane, non facciano ritorno a casa, credo che sia veramente il massimo a cui una persona può abbassarsi per … non riesco a definire ancora anche oggi per quale tipo di interesse. E non solo interesse personale ma qui parliamo di un interesse ben più grande che va al di là dei soli interessi personali. Quindi mettere da parte l’incolumità delle persone, dei lavoratori, solo per l’interesse dell’azienda credo che sia il ragionamento più sbagliato che possa esserci nella gestione di qualsiasi tipo di attività. Per la prima volta nel nostro paese un processo legato agli infortuni sul lavoro vive in Corte d’Assise la richiesta è di omicidio volontario, una richiesta mai accaduta. Normalmente tutto viene derubricato, omicidio colposo, nessuno paga, nessuno finisce in galera e mio avviso questo non serve da deterrente, ecco. Io mi auguro che venga mantenuta l’imputazione di omicidio volontario e questa possa diventare anche nuova giurisprudenza nel nostro paese, nel momento in cui ci si approccia ad effettuare processi nei confronti di chi trasgredisce le misure di sicurezza.»

Da quando è parlamentare quali sono le iniziative legislative che ha portato avanti e che sta portando avanti?

«Una proposta di legge, condivisa tra tutti i gruppi parlamentari, che abbiamo presentato lo scorso anno e hanno partecipato anche molti personaggi - anche del mondo artistico, da Mimmo Calopresti ad Ottavia Piccolo - e molti molti altri. Tuntti hanno sostenuto questa proposta di istituzionalizzare una giornata, il 6 dicembre, i cui accadde la tragedia della Tyssen, e farla diventare la Giornata della Sicurezza sul Lavoro. Nell’arco di questa giornata la nostra intenzione è quella di fare alcune attività legate alla sicurezza sul lavoro, come convegni, ed istituire un fondo di 10 milioni di euro per ogni anno per poter far sì, appunto, che si facciano queste iniziative. Dello stesso fondo possono anche usufruirne associazioni quali l’Anmil che ha già nella seconda domenica del mese di ottobre una giornata dedicata alla sicurezza sul lavoro, agli invalidi in particolar modo. In questi quasi ormai tre anni di legislatura molte sono state le iniziative affrontate dal Parlamento riguardo alla sicurezza, alcune negative - quali le deroghe alla sicurezza per la raccolta dei rifiuti in Campania - alcune positive, nel momento in cui il mio gruppo parlamentare ha affrontato e ha osteggiato l’iniziativa governativa di andare a modificare il decreto 81 da parte del Ministro Sacconi. Mi riferisco all’art. 10 bis su cui intervenne il Presidente della Repubblica Napolitano. La modifica prevedeva, con un decalage assurdo di responsabilità da parte degli imprenditori, che nel momento in cui veniva verificata una piccola responsabilità da parte del lavoratore veniva derubricata la responsabilità del datore di lavoro, e questa è una assurdità che va assolutamente in contraddizione con la giurisprudenza nel nostro Paese. Siamo riusciti, grazie anche all’intervento di Guarinello in Commissione Lavoro ad arginare questa tendenza, anche se a mio avviso comunque è stato fatto un passo indietro con un decalage assurdo di tutte le sanzioni a carico degli imprenditori e, senza alcuna ratio, un’aumento delle sanzioni a carico dei lavoratori. Si vede bene da che parte sta il governo e allo stesso tempo credo che sia un percorso non virtuoso per la soluzione del problema.»

Per concludere, le vorrei chiedere un messaggio ai lettori di Quotidiano Sicurezza volto a diffondere sempre più la sensibilizzazione verso questa tematica sempre più attuale.

«Io ritengo che al di là delle norme che sono sicuramente utili, e che vanno rispettate, assolutamente rispettate, credo anche sia necessario iniziare un nuovo percorso anche nei confronti della cultura della sicurezza dove tutti gli attori, i datori di lavoro ed i lavoratori possano porsi in una condizione diversa. Gli imprenditori devono mettere al centro della propria mission imprenditoriale i lavoratori e i lavoratori devono avere l’opportunità, la possibilità di mettere al centro della propria missione lavorativa la propria incolumità»

boccuzzi

I superstiti della Thyssen “Aiuto, la cassa è finita”

dicembre 22nd, 2010

STEFANO PAROLA - Repubblica
Si sentono dei miracolati, perché in quella notte tra il 5 e il 6 dicembre del 2007 potevano esserci anche loro a lavorare sulla linea 5. Fanno parte dell´elenco di chi ha subito i danni collaterali di quel tragico rogo alle acciaierie ThyssenKrupp. Sono rimasti in 16 a essere ufficialmente ancora dipendenti dell´azienda tedesca e da tre anni sono in cassa integrazione nell´attesa di trovare un lavoro. Ma siccome oggi è un´impresa quasi impossibile, vorrebbero che l´ammortizzatore sociale, che scadrà il 31 dicembre, durasse ancora un po´. Ieri hanno incontrato gli enti locali, ma l´azienda al tavolo non si è presentata. Però ha fatto sapere che ci sarà al prossimo incontro, lunedì.
Loro aspettano, e sperano. Perché da ormai più di 30 mesi vanno avanti con 700 e pochi euro di stipendio. «Siamo tutti a spasso», racconta Mirko Pusceddu, uno dei 16. E spiega: «Passiamo giornate intere a cercare un lavoro. Ho mandato un po´ di curriculum in giro, però non mi ha risposto nessuno». In quella notte di dicembre a Mirko è andata bene. Era nel turno del pomeriggio, con Antonio Boccuzzi e Antonio Schiavone, il primo a morire. Loro hanno deciso di fare gli straordinari, lui no. Così adesso è vivo, anche se cassintegrato e con quel filo di angoscia che accomuna i “salvati”. «Per reagire abbiamo creato l´associazione Legami d´acciaio. Ci battiamo per la sicurezza sul lavoro», dice. Ma per loro il lavoro non c´è. Magari qualche contratto di pochi mesi, ma firmarne uno significa dire addio alla certezza di ricevere la cassa senza essere sicuri di essere assunti. Così si va avanti a 700 euro al mese: «Ho 36 anni e vorrei farmi una famiglia, ma con uno stipendio del genere non è facile», dice Mirko.
Renato Virdis è uscito dal gruppo dei “dimenticati” da due mesi. È andato in pensione e, racconta, «per me è stata come una liberazione. Per tirare avanti mi sono mangiato i risparmi». Tre anni fa doveva essere proprio in quel maledetto turno, invece gli è venuto un ascesso e si è messo in malattia. Suo figlio Andrea, anche lui operaio alla Thyssen, idem: lo ha salvato un infortunio al ginocchio. Ora Andrea lavora all´Alenia, come 35 suoi colleghi, solo che il posto se l´è trovato da solo e non grazie alla Thyssen. Però ha dovuto ripartire da zero, dal primo livello e non dal quarto che aveva prima.
Qualcuno è finito all´Alenia, una trentina all´Amiat, la società che raccoglie i rifiuti a Torino. Poi c´è chi ha trovato altro, chi è andato in pensione. E alla fine sono rimasti in 15. Un anno fa la loro cassa integrazione straordinaria era scaduta e solo dopo un presidio in piazza Castello l´azienda ha concesso quella in deroga, nonostante il costo fosse a carico dello Stato. Ora la situazione si ripete. Ieri la Thyssen ha disertato l´incontro sul tema. «Verremo lunedì», hanno fatto sapere i manager. L´assessore Claudia Porchietto spiega che «sarebbe opportuno che ci proponessero ancora un anno di cassa. Comunque Comune di Torino, Provincia e Regione, hanno ribadito la disponibilità ad agevolare percorsi formativi». La Fiom, dice il suo segretario Federico Bellono, «attende fiduciosa».

boccuzzi

Il superstite Boccuzzi: “Soddisfatto anche se nulla risarcisce le famiglie”

dicembre 15th, 2010

Repubblica
«Sono soddisfatto per le richieste della procura, ma capisco anche le reazioni dei parenti delle vittime. Non c´è condanna o risarcimento che possa ricostruire la vita di famiglie». L´ex operaio e parlamentare Antonio Boccuzzi, l´unico scampato al rogo, ha seguito le fasi cruciali dell´udienza da Roma, bloccato alla Camera per il voto sulla sfiducia al governo Berlusconi come i deputati Pd della commissione Lavoro. Anche i consiglieri regionali, impegnati a Palazzo Lascaris, si sono aggiornati a distanza. E hanno ricordato le vittime della strage con un minuto di silenzio e un messaggio del presidente Valerio Cattaneo.
Il segretario regionale Pd, Gianfranco Morgando, presente in aula, afferma: «La requisitoria dimostra inequivocabilmente che tre anni fa non si è verificata una “tragica fatalità”, bensì la conseguenza drammatica di una strategia criminale di chi ha voluto risparmiare sulla sicurezza mettendo consapevolmente a rischio vite umane». Giorgio Airaudo, segretario della Fiom piemontese, plaude alla procura che «ha lavorato bene e celermente». E dice: «I manager abbiano responsabilità quando decidono di risparmiare e, per garantire maggiori margini di profitto, mettono in dubbio la sicurezza. La vita umana non può venire dopo». Le richieste dei pm, per la senatrice Patrizia Bugnano (Idv), «fanno giustizia di una strage senza precedenti». Sulla stessa linea Gianni Pagliarini, responsabile lavoro di Pdci-Fds: le pene proposte «sono un punto di svolta nella nostra cultura giuridica e sociale, anche alla luce delle continue morti bianche».

boccuzzi

ThyssenKrupp : Appello dei Familiari delle vittime

dicembre 13th, 2010

Grazie a tutti coloro che ci sono stati vicini, oggi come tre anni fa, nel dolore della perdita dei nostri cari nell’incendio della ThyssenKrupp.

Vi chiediamo ancora di fare sentire la vostra voce e la vostra solidarietà partecipando all’udienza di martedì prossimo (14 dicembre, ore 9.00, Palagiustizia di Torino).

Finalmente verrà quantificata la pena che merita chi ci ha portato via i nostri ragazzi, chi ha permesso che sette lavoratori morissero nel modo più atroce e terribile.

Chiediamo ai rappresentanti delle istituzioni, che ci hanno sostenuto anche nella recente Settimana della Sicurezza, e ai cittadini, torinesi e non, di sedersi al nostro fianco nella Maxi-Aula del Palagiustizia di Torino.

Perché la nostra vita si è interrotta quella notte, e ora vogliamo giustizia. E non vogliamo che quello che è accaduto in quella maledetta fabbrica debba più succedere ad altri.

Aiutateci ad ottenere giustizia, aiutateci a far diminuire le morti, gli infortuni e le malattie sul lavoro.

Torino, 12 dicembre 2010

FIRMATO:

I FAMILIARI DELLE 7 VITTIME e ANTONIO BOCCUZZI

boccuzzi

“Finisce la legislatura? Io sono disoccupato”

dicembre 7th, 2010

Il Quotidiano Nazionale del 7 dicembre 2010

Intervista ad Antonio Boccuzzi, l’unico operaio sopravvissuto al rogo della Thyssen di Torino, deputato Pd che in questi due anni si è battuto per rendere più stringenti le norme sulla sicurezza e ha vinto

Roma, 7 dicembre 2010 – «Io, veramente, sarei disoccupato… se finisce di colpo la legislatura e il Pd non mi ricandida, sto in mezzo a una strada». C’è casta e casta. L’antipolitica avanza e il privilegio politico pure, ma poi si guardano gli occhi chiari di Antonio Boccuzzi, l’unico operaio sopravvissuto al rogo della Thyssen di Torino, deputato Pd che in due anni di legislatura si è battuto in commissione Lavoro per rendere più stringenti le norme sulla sicurezza e ha pure vinto, e non si può non pensare che gente come lui il seggio lo merita. «Io credo — ci dice Boccuzzi — che quando la gente pensa ai parlamentari strapagati, che non fanno nulla come adesso che stiamo chiusi per una settimana, beh, non ha tanto torto a detestare la casta».

Boccuzzi, da miracolato della sorte e della politica, se la sua esperienza finisse oggi, che somme tirerebbe?
«Ho cercato di fare del mio meglio per una legge di cui ho esperienza,la sicurezza sul lavoro, e questo mi ha gratificato. La parte deludente è stata l’immobilismo, il non poter votare nulla perché non ci sono fondi a bilancio per approvare provvedimenti di qualsiasi tipo. L’immagine dei parlamentari che esce da questa fotografia non può che essere pessima».

Se la ricandidano lei che fa?
«Ci riprovo».

Nessuna voglia di tornare in fabbrica…
«Si figuri, la Thyssen ha pure chiuso, ma io questo lo vivo in modo molto sereno».

Cosa cambierebbe, se potesse, del lavoro parlamentare…
«Credo che vada ridata ai cittadini la possibilità di scegliere i propri rappresentanti; il fatto di essere dei nominati non favorisce la critica ai leader e invece rende possibile la compravendita sottobanco».

A proposito, in questi giorni ne avrà viste delle belle…
«Viste no, nessuno ha pensato di avvicinarmi: ho una connotazione politica precisa, che impedisce anche il solo pensiero che io possa andare da un’altra parte. Certo, di sentite ne ho sentite parecchie, anche se trovo pazzesco che si possa passare con tanta leggerezza da un partito all’altro; uno si dovrebbe dimettere prima di fare passaggi così scioccanti».

Lei ha ancora molto da imparare…
«Se vuole, ho anche tanto lavoro da fare…».

di Elena G. Polidori

boccuzzi

Morire di lavoro, la strage continua “Inutile la lezione della Thyssen”

dicembre 7th, 2010

mariachiara giacosa - Repubblica
Settantasei morti nel 2008, 53 nel 2009, 36 quest´anno. I numeri degli infortuni sul lavoro descrivono una strage continua, un calo lento ma insufficiente. Si muore o ci si ferisce cadendo dai tetti o dalle impalcature, usando macchinari o sulle linee di montaggio. O anche restando a casa, come è successo ai 32 abitanti di Viareggio uccisi dal treno bomba deragliato a pochi metri da loro.
C´è un lungo elenco di nomi dietro i tanti comitati di vittime che hanno partecipato ieri mattina al convegno organizzato dalla Regione Piemonte e dalla rivista “Sicurezza e Lavoro” in occasione del terzo anniversario della strage della Thyssenkrupp. Ci sono i familiari dei morti per mesotelioma di Casale e Cavagnolo, i parenti delle vittime di Molino Cordero a Fossano, quelli dei morti Thyssen e delle vittime di Viareggio, ancora in attesa dell´apertura del processo. I morti sul lavoro sono tanti, troppi, ogni anno. E Antonio Boccuzzi, l´operaio Thyssen sopravvissuto alla strage e oggi parlamentare del Pd, accusa: «La Thyssen poteva essere un punto di partenza per migliorare la sicurezza dei lavoratori, ma purtroppo non è successo e da allora sono accadute tante altre tragedie».
Per proteggere i lavoratori servono prevenzione e rispetto delle norme. Ecco perché dal 2007 è attivo in Prefettura un comitato permanente che, sui diversi settori produttivi, analizza i dati e mette a punto una serie di misure correttive. Tra quelle fondamentali, il divieto del massimo ribasso nell´assegnazione dei lavori pubblici «perché questo spesso nasconde - spiega il viceprefetto Maurizio Gatto - condizioni contrattuali precarie per i lavoratori e scarso rispetto delle norme di sicurezza». La Provincia di Torino è stato il primo ente a raccogliere la sfida e, da luglio, ha cambiato le modalità di assegnazione degli appalti: «Abbiamo escluso le ditte che operano il massimo ribasso - spiega l´assessore al lavoro, Carlo Chiama - e che di fatto risparmiano sulla sicurezza. Le aziende attente agli aspetti della sicurezza del lavoro tengono anche alla qualità e sono più competitive». La nuova procedura è già stata applicata a otto gare e in questi casi la soglia del ribasso si è aggirata sul 20 per cento.
Anche incrociando le informazioni in possesso degli enti pubblici si possono più facilmente individuare i soggetti potenzialmente inadempienti al rispetto delle norme. L´ha fatto lo Spresal, il servizio prevenzione e sicurezza degli ambienti di lavoro, che, in collaborazione con l´Inail, ha elaborato mappe di rischio «perché, a ben guardare i dati - rileva Massimo Giuntoli, di Confartigianato - le aziende in cui capitano gli infortuni sono sempre le stesse e sono recidive». Da qui l´esigenza di mappare il territorio individuando i settori produttivi con più alta percentuale di infortuni e quelli che portano consegue più gravi. Il primato, in questo senso, va senza dubbio ai settori delle costruzioni e dei macchinari, con oltre 2500 infortuni nel 2008. «È sulle aziende che bisogna agire - ribadisce l´assessore regionale al Lavoro, Claudia Porchietto - deve passare l´idea che costa molto di meno per un imprenditore rispettare e far rispettare dai propri lavoratori le leggi, piuttosto che disapplicarle per trarne profitto».

boccuzzi

Torno sempre all’albero della Thyssen

dicembre 7th, 2010

Sono passati ormai tre anni, ma il pensiero è costantemente rivolto a quella notte tra il 5 e il 6 dicembre 2007. Nessuno di noi vuole e può dimenticare: dobbiamo imparare a convivere con il dolore. La tragedia è viva in noi e, quando si avvicina il 6 dicembre, il tempo sembra non passare o peggio tornare indietro.
Sono ancora qui, nonostante siano trascorsi tre anni, davanti a quest’albero, simulacro del dolore, degno rappresentante di ciò che fu e che mai più sarà, indignato totem della rabbia per l’ingiustizia che ci ha colpito.
Ho passato molte mattine qui davanti, a chiacchierare con i miei amici che non ci sono più. Sentivo forte il loro spirito, la loro presenza quando arrivavo davanti a quel tronco. In molti mi hanno suggerito di evitare di tornare, che non v’era ragione, che non era giusto continuare a farsi del male. Questa mattina mi ha chiamato Massimiliano: «Ciao Tony, come stai? Hai visto, è morto il secondo lavoratore della tragedia di Paderno!».
No. Non avevo visto nulla. E ben pochi se ne sono accorti. Anche perché la notizia non è arrivata su tutti i giornali. Ho cercato su Internet. Poche sporadiche notizie. Tutto avvolto in uno stato amnesico.
Per la Thyssen fu diverso. L’attenzione e la partecipazione furono completamente differenti. Sono convinto che se la magistratura italiana saprà muoversi con la stessa rapidità ed efficacia del pool torinese coordinato da Guariniello, le cose in materia di morti sul lavoro potrebbero cambiare. Ma il modo in cui la magistratura muove dipende dalla coscienza sociale.
Nei giorni che seguirono la tragedia di Torino fu varato il Testo Unico per la salute e la sicurezza dei lavoratori. Una legge avanzata, impostata sulla prevenzione. Osteggiata fin dalla sua nascita da associazioni imprenditoriali che, nelle loro critiche, si sono talvolta soffermate solo sugli aspetti sanzionatori, dicendo che era mossa solo dall’enfasi per quanto accaduto alla Thyssen. Quasi a ribadire che le leggi si fanno solo per tamponare un momento di dolore, di condivisione, e non perché è indispensabile migliorare. Perché 1200 decessi sul lavoro non danno la percezione di un Paese civile.
Ma quel 6 dicembre, quel maledetto 6 dicembre… L’inferno, le fiamme altissime che ti puniscono se provi a sfidarle, se tenti di spegnerle. Le urla di dolore, spavento, smarrimento. L’impotenza, mista a quel senso di onnipotenza, illusione di poter fare, vanificata dalle circostanze imposte da un destino avverso. Se questo non è l’inferno, è sicuramente uno degli inferni possibili. Ma all’inferno non dovrebbero finire solo le persone cattive, quelle che nella vita hanno causato del male? Forse non funziona proprio così.
È accaduto ciò che non dovrebbe mai accadere sul posto di lavoro, dove le persone si recano per guadagnarsi il pane con sudore, con fatica, per costruire e sognare un futuro sereno.
E io continuo a tornare qui, davanti al «nostro» albero, perché il cuore resiste sempre alla ragione.

boccuzzi

Presenazione di “Diario Operaio”

settembre 15th, 2010

lettera a Stefano Esposito

aprile 24th, 2010

Caro Stefano
ho letto con attenzione le riflessioni che hai voluto condividere con noi, ovviamente approvo in toto le tue considerazioni partendo dalla tua analisi dai grandi cambiamenti che FIAT sta vivendo poi, credo che questa opportunità di dibattito debba sollecitare tutti noi ad un’attenzione maggiore proprio ai temi del lavoro, ma non solo.
Dopo quanto accaduto ieri durante la direzione del PdL, sono convinto che all’interno del nostro partito, sia indispensabile al più presto una profonda disamina degli eventi e la ricerca condivisa che possa portare alla soluzione di attriti e incomprensioni che lasciano trasparire all’esterno anche il nostro, come un partito litigioso,su cui difficilmente si può puntare per un rilancio del Paese.
Fatto questo e trovata una linea politica vera, condivisa e percorribile, credo che potremmo davvero iniziare il cammino che ci porti ad essere il partito leader di una alternativa seria, il motore trainante di una coalizione che seppur eterogenea, sia unita e che porti avanti una proposta univoca.
Non ho mai creduto nella politica urlata, quindi a mio avviso è indispensabile chiarire al sig. Di Pietro a quale progetto sta aderendo e se voglia davvero “uniformarsi” allo stesso o continuare a gareggiare con i grillini, su chi rappresenta le istanze del popolo di sinistra o meglio ancora dei lavoratori.
Caro Stefano
io e te abbiamo vissuto in prima persona la demagogia di don Tonino, la strumentalità nell’utilizzare i lavoratori di Eutelia, lo sprolocquio all’insegna dello spot, insomma anche in questo caso io vedo un cantiere elettorale aperto 12 mesi l’anno, stile “cavaliere”, certo che avremo insieme a tutti coloro che stanno condividendo questa email, l’opportunità di confrontarci su molti dei temi da te proposti, ma permettimi di chiudere con un breve cenno sull’esigenza e sul dovere che ha il PD di essere il partito del lavoro e soprattutto il partito dei lavoratori.
Ho apprezzato e condiviso l’idea del nostro segretario nazionale, protagonista di una mattina davanti ai cancelli della Fiat.
Ricordiamoci però che quei cancelli salvo i periodi di cassa integrazione, sono aperti tutto l’anno, e che sarà opportuno tornarci più spesso, con le proposte del nostro partito, così come è indispensabile tornare nei mercati, insomma tra la gente, farlo fin da subito e farlo spesso, non più come ahimè spesso accade in prossimità di un appuntamento elettorale.
Grazie ancora di questo spazio; voglio dare il mio contributo e lo voglio fare in maniera convinta, perchè come cantava Gaber: la libertà non è star sopra un albero, non è neanche il volo di un moscone, la libertà non è uno spazio libero, libertà è PARTECIPAZIONE.

PD, boccuzzi ,