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lettera a Stefano Esposito

aprile 24th, 2010

Caro Stefano
ho letto con attenzione le riflessioni che hai voluto condividere con noi, ovviamente approvo in toto le tue considerazioni partendo dalla tua analisi dai grandi cambiamenti che FIAT sta vivendo poi, credo che questa opportunità di dibattito debba sollecitare tutti noi ad un’attenzione maggiore proprio ai temi del lavoro, ma non solo.
Dopo quanto accaduto ieri durante la direzione del PdL, sono convinto che all’interno del nostro partito, sia indispensabile al più presto una profonda disamina degli eventi e la ricerca condivisa che possa portare alla soluzione di attriti e incomprensioni che lasciano trasparire all’esterno anche il nostro, come un partito litigioso,su cui difficilmente si può puntare per un rilancio del Paese.
Fatto questo e trovata una linea politica vera, condivisa e percorribile, credo che potremmo davvero iniziare il cammino che ci porti ad essere il partito leader di una alternativa seria, il motore trainante di una coalizione che seppur eterogenea, sia unita e che porti avanti una proposta univoca.
Non ho mai creduto nella politica urlata, quindi a mio avviso è indispensabile chiarire al sig. Di Pietro a quale progetto sta aderendo e se voglia davvero “uniformarsi” allo stesso o continuare a gareggiare con i grillini, su chi rappresenta le istanze del popolo di sinistra o meglio ancora dei lavoratori.
Caro Stefano
io e te abbiamo vissuto in prima persona la demagogia di don Tonino, la strumentalità nell’utilizzare i lavoratori di Eutelia, lo sprolocquio all’insegna dello spot, insomma anche in questo caso io vedo un cantiere elettorale aperto 12 mesi l’anno, stile “cavaliere”, certo che avremo insieme a tutti coloro che stanno condividendo questa email, l’opportunità di confrontarci su molti dei temi da te proposti, ma permettimi di chiudere con un breve cenno sull’esigenza e sul dovere che ha il PD di essere il partito del lavoro e soprattutto il partito dei lavoratori.
Ho apprezzato e condiviso l’idea del nostro segretario nazionale, protagonista di una mattina davanti ai cancelli della Fiat.
Ricordiamoci però che quei cancelli salvo i periodi di cassa integrazione, sono aperti tutto l’anno, e che sarà opportuno tornarci più spesso, con le proposte del nostro partito, così come è indispensabile tornare nei mercati, insomma tra la gente, farlo fin da subito e farlo spesso, non più come ahimè spesso accade in prossimità di un appuntamento elettorale.
Grazie ancora di questo spazio; voglio dare il mio contributo e lo voglio fare in maniera convinta, perchè come cantava Gaber: la libertà non è star sopra un albero, non è neanche il volo di un moscone, la libertà non è uno spazio libero, libertà è PARTECIPAZIONE.

PD, boccuzzi ,

Processo breve, una legge contro le vittime!

gennaio 31st, 2010

Se il processo breve avrà il via libera della Camera processi come Thyssen Krupp, Parmalat e quelli a tutela dei terremotati abruzzesi cadranno nel vuoto. La magistratura protesta disertando l’inaugurazione dell’anno giudiziario. PD: “Maggioranza modifichi la legge”.
Rimarranno senza tutela e senza giustizia. Saranno il sacrificio personale di un uomo accecato dall’idea di evitare che le leggi facciano il loro corso. E saranno in tanti. Vittime della , del crack Parmalat, dei crolli di alcune strutture pubbliche nel corso del terremoto abruzzese, ma anche di reati come violenze fisiche e sessuali, furti, truffe. Nessuno di lorò avrà giustizia se il processo breve diventerà legge.
È Antonio Boccuzzi, esponente PD e superstite del rogo alle acciaierie Thyssen Krupp, a spiegare che “l’approvazione del ddl sul processo breve sarebbe un pugno in faccia per migliaia e migliaia di vittime del lavoro che non vedrebbero giustizia”. Il deputato annuncia “una vera e propria ‘battaglia parlamentare’” sul provvedimento approvato in settimana al Senato. Lo stesso processo per le vittime della Thyssen Krupp potrebbe essere profondamente colpito dall’approvazione del provvedimento visto che, a quanto pare, rimarrebbe come imputato solo l’ad dell’azienda che e’ l’unico per cui la condanna potrebbe essere superiore ai 10 anni. Ne verrebbe fuori un verdetto incompleto che non tiene conto delle legittime aspettative delle vittime e di tutti i familiari. Mi auguro che la maggioranza risponda all’appello del presidente della Camera e modifichi concretamente il provvedimento. Personalmente lavorero’ per cambiamenti radicali che impediscano questa colossale ingiustizia”.
Il processo breve non convince nessuno, neanche i terremotati di L’Aquila, che si sono uniti alle proteste dei magistrati in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario. La capogruppo del Pd nella commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti, chiede provocatoriamente: “Anche familiari delle vittime del terremoto stanno facendo campagna elettorale e stanno seguendo le ‘improvvide’ indicazioni delle associazioni dei magistrati? La protesta di oggi dei comitati dei familiari delle vittime della Casa dello studente e del Convitto nazionale dell’Aquila è la dimostrazione che è forte e diffusa nella società italiana la preoccupazione sugli effetti devastanti sul processo breve. Quel testo va ritirato perché è una presa in giro. Il titolo del provvedimento non corrisponde minimamente al suo contenuto: non si tratta di rendere la giustizia più efficiente e veloce, quanto di gettare al macero centinaia di migliaia di processi e quindi di calpestare le legittime aspettative di giustizia delle vittime. La partecipazione del guardasigilli sabato a L’Aquila potrebbe essere l’occasione per una resipiscenza e quindi per un ritiro definitivo del ddl sul processo breve. I cittadini non vogliono processi monchi, chiedono giustizia”.
In fibrillazione anche e soprattutto il mondo della giustizia. 30 gennaio, data conclusiva dalle quattro giornate di inaugurazione dell’anno giudiziario. Ma quest’anno i magistrati non ci saranno. Le cerimonie di inaugurazione iniziate ieri a L’Aquila e previste in tutta Italia fino a sabato lasceranno il posto ad una protesta composta, ma massiccia. I magistrati si presenteranno nelle 26 Corti di Giustizia con la toga e una copia della Costituzione, simboli dell’orgoglio e della dignità troppo spesso negati alla loro professione. Secondo quanto deciso e comunicato dall’Associazione nazionale magistrati, i togati abbandoneranno le aule durante il discorso del rappresentante del ministero della Giustizia, rientrando soltanto a relazione conclusa.
I presidenti delle sezioni locali dell’Associazione leggeranno il documento predisposto dai vertici del ’sindacato delle toghe’ e alla fine del suo intervento mostreranno una copia del dossier “Le verità dell’Europa sui magistrati italiani”, che verrà poi consegnata al presidente della corte d’Appello. Contemporaneamente i rappresentanti della giunta locale distribuiranno ai presenti copie del dossier. Conclusa la cerimonia, ogni giunta locale dell’Anm organizzerà una conferenza stampa nella quale, oltre a illustrare il documento e il dossier, si esporranno le particolari situazioni del distretto.
Nel documento i togati ribadiscono la propria ostilità “ad un costume politico che ha reso pratica quotidiana l’insulto e il dileggio, (…)ogni giorno siamo costretti ad ascoltare invettive e aggressioni nei confronti dei magistrati. ‘Cloaca’, ‘cancro’, ‘metastasi’, ‘disturbati mentali’, ‘plotoni di esecuzione’ sono solo alcune delle espressioni utilizzate dal capo del governo e da esponenti politici di primo piano nei confronti della magistratura. I magistrati non sono parte di un conflitto e non sono contrapposti a nessuno. Per questo diciamo basta alle aggressioni”. L’Anm punta l’indice anche contro “la ‘campagna mediatica’ condotta da taluni organi di stampa contro i magistrati”, che “si alimenta di dati e informazioni false e che dipinge i magistrati come fannulloni strapagati, unici responsabili del dissesto del sistema giudiziario”. Per contrastarla l’Anm ha pubblicato e diffuso dati ufficiali del rapporto della Commissione europea (CEPEJ) che “smentiscono in maniera oggettiva queste menzogne”, un dossier che sarà distribuito durante le cerimonie di sabato prossimo.
“Basta con riforme distruttive del sistema giudiziario - continua il documento -”con leggi prive di razionalità e di coerenza, pensate esclusivamente con riferimento a singole vicende giudiziarie e che hanno finito per mettere in ginocchio la giustizia penale in questo Paese”. Il testo si dilunga poi in esempi di irrazionalità legislativa messi in campo dal governo in questi anni, a cominciare dal processo breve: già con la Legge ex Cirielli - scrivono le toghe - “il numero di processi che si chiudono con la prescrizione è balzato alla impressionante cifra di 170.000 l’anno”; ma questi aumenteranno “in maniera esponenziale” se dovesse diventare il ddl sul processo breve “che ridurrà il processo penale ad una tragica farsa e determinerà un rischioso disordine organizzativo con effetti pregiudizievoli sulla tutela dei diritti dei cittadini anche nel settore civile. Rispettiamo l’autonomia del Parlamento ma è nostro dovere segnalare alla politica gli effetti e le ricadute che singoli provvedimenti legislativi possono avere sul sistema. Sentiamo pertanto il dovere di dire che se dovessero essere approvate anche la riforma delle intercettazioni e la riforma del processo penale proposte dal Governo e in discussione in parlamento, non sarebbe in nessun modo possibile assicurare giustizia in questo Paese”. L’Anm conclude chidendo riforme “vere” , quelle che cioè servono a rendere più celeri i giudizi. Le toghe sollecitano la revisione delle circoscrizioni giudiziarie; la riforma delle procedure nel civile e nel penale, per togliere alla parte “che ha interesse al prolungamento del processo la possibilità di ‘abusare’ dei diritti per sottrarsi alle proprie responsabilità, l’informatizzazione dei processi, la depenalizzazione dei reati minori e la introduzione di pene alternative al carcere. Inoltre si sollecitano investimenti sul personale amministrativo, sulla riqualificazione, sull’innovazione informatica; risorse e mezzi “adeguati alla gravità della situazione”.
Ma non saranno solo i magistrati a protestare. Anche l’Aiga, l’associazione dei giovani avvocati, annuncia la diserzione alle inaugurazioni di questi giorni etichettando il tutto come “sterile liturgia” che ignora i problemi della giustizia e della categoria forense. A motivare concretamente la protesta dei giovani avvocati, il rallentamento in Parlamento dell’esame della legge di riforma dell’ordinamento forense, a fronte della rapidità di altre leggi come quella sul processo breve.

via Politicamente Corretto

boccuzzi, thyssen ,

Conferenza Stampa - Eutelia

dicembre 30th, 2009
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boccuzzi, lavoro

Parla l’onorevole Boccuzzi: deputato al dolore

dicembre 17th, 2009

Luca Telese - Panorama

La giacca se l’è dovuta mettere, perché per poter entrare a Montecitorio è un obbligo. Ma il codino, no. A quello non ha rinunciato. È la domanda più frequente che gli fanno, da quando è stato eletto: “Ma perché non te lo tagli?”. Antonio Boccuzzi, operaio, superstite del rogo della ThyssenKrupp del 5 dicembre 2007 e da 19 mesi deputato del Pd, la risposta vera a quella domanda la dà raramente. Molti pensano che il codino, insieme con quel taglio curioso (capelli lunghi al centro, rasati corti sulle tempie dove sono più chiari) sia un vezzo.
Invece è anche quello un segno della tragedia che si porta addosso: “Il giorno del funerale dei miei compagni” racconta “Nino Santino, il padre di Bruno, mi fece: “Te lo dico io cosa è successo. Te ti sei salvato perché avevi questo codino, e un angelo è riuscito a prenderti per i capelli, e a tenerti lontano dal fuoco””.
Quel giorno Boccuzzi ha fatto un fioretto: “Avrei tenuto la coda in ricordo di quell’angelo. E anche perché” sorride amaro “nella vita non si sa mai”.
Due anni dopo il rogo, Panorama ha incontrato il sopravvissuto della Thyssen per provare a misurare il tempo e le storie che cambiano una vita, dall’inferno delle fiamme agli scranni della Camera. Ma anche perché la tragedia che si ripete: l’appuntamento per l’intervista era stato appena preso quando il 1° dicembre è arrivata la notizia che alla TyssenKrupp di Terni era morto Diego Bianchina, un ragazzo di 31 anni ucciso dalle esalazioni dell’acido. Non si può che partire da quest’ultima vittima.
Onorevole Boccuzzi, lei se l’immaginava un anniversario così?
Sinceramente no. Però non credo alla parola che ho letto su molti giornali, in molti commenti: “Fatalità”.
Allora c’è sempre un colpevole quando muore un operaio?
Fatalità vuol dire che sarebbe accaduto in ogni caso. E invece ho imparato che ci sono sempre delle scelte, piccole o grandi, che producono una tragedia.
Per lei è un caso che avvenga di nuovo alla Thyssen?
Assolutamente no, e vanno presi provvedimenti. Io noto anche che questa azienda tiene atteggiamenti diversi, sulla salute dei loro lavoratori, a seconda del fatto che siano in Germania o in Italia. In Germania è un’azienda modello, rispettosa dei protocolli.
E in Italia?
A volte sembra che quei dirigenti si siano totalmente dimenticati che sulle sue linee lavorano delle persone in carne e ossa.
Dopo due anni in Parlamento si sente ancora un operaio “prestato alla politica”?
(Scuote la testa) Io la tuta blu ce l’ho tatuata sul corpo, non me la potrei togliere nemmeno volendo.
Non si è imborghesito nemmeno un po’?
Ecco due esempi: vivo ancora in affitto, e ho sempre la stessa macchina, una Alfa 147 vecchia di otto anni.
Non c’è nulla di male…
E infatti non penso che sia un male. Ma io e mia moglie, come tante famiglie italiane, avevamo più di 30 mila euro di debiti, prima del rogo. Abbiamo passato questi anni a pagarli, non abbiamo ancora avuto l’opportunità di inborghesirci.
Un giorno in cui la sua elezione le è sembrata del tutto inutile c’è stato?
Tre settimane fa abbiamo passato due giorni a dibattere, a Montecitorio,sulla normativa che deve regolare la lunghezza delle code dei cani. Con tutta la crisi che c’è, fatico a spiegarlo ai miei amici come possa accadere.
E un giorno in cui si è sentito utile?
Quando, discutendo sulla legge per la sicurezza nei luoghi di lavoro e sulfamoso articolo 10bis, siamo riusciti a correggere la cosiddetta norma “salva-manager”, secondo cui i datori di lavoro non dovrebbero essere considerati responsabili degli incidenti.
Ha scoperto qualche collega di centrodestra che le è simpatico?
Ho un ottimo rapporto con Fabio Granata, una delle teste più lucide del Pdl.
Troppo facile, per lei: è un finiano. Ne dica uno che viene da Forza Italia.
Giuliano Cazzola, il vicepresidente della commissione Lavoro: abbiamo idee molto diverse, ovvio, ma è una delle persone più preparate che conosca, ed è animato da una passione vera.
Nel congresso Pd ha sostenuto Pier Luigi Bersani, ma è stato candidato da Walter Veltroni. Si sente un traditore?
Per nulla. Mi ha rattristato molto il fatto che Veltroni si sia dimesso. Il Pd che aveva in testa lui era il partito a cui ho aderito, non rinnego nulla. Ma sono anche orgoglioso di aver votato Bersani. Spero che possa far nascere il nuovo partito di cui abbiamo bisogno.
Ma lei tornerà mai in fabbrica?
Sicuramente no.
Allora lo vede che, alla fine, in qualcosa “il Palazzo” l’ha cambiata?
No, non è per l’elezione. Non sarei potuto tornare comunque, dopo il rogo. Anche se avessi dovuto fare la fame.
Quanto ci ha messo a superare il trauma dell’incidente?
Non l’ho superato mai.
Nemmeno ora?
A volte penso che, se non avessi avuto al fianco Giusy, mi sarei potuto suicidare.
Che lavoro fa sua moglie?
La commessa in un negozio di abbigliamento. Nei giorni dopo la tragedia io senza di lei avevo paura persino ad andare in bagno da solo.
Contro quali spettri combatte?
Mi sento normale. Ma ci sono giorni in cui mi basta sentire odore di bruciato, o anche solo odore di olio cotto, oppure il suono di una sirena nella notte: basta quello perché mi senta mancare la terra sotto i piedi.
Le costa raccontare queste debolezze?
No. La mia fortuna, rispetto a tanti altri, è stata quella di capire e ammettere che avevo bisogno di un supporto medico.
Molti suoi colleghi non ci riescono…
C’è come l’idea che andare da uno strizzacervelli sia come ammettere di essere pazzi. E invece è l’unico modo per non diventarlo.
Che cosa ha capito, con il medico?
Sono seguito da uno psichiatra e da uno psicologo. La prima cosa che ho dovuto sconfiggere è stato il senso di colpa di essere sopravvissuto.
Come i superstititi dei lager?
Esatto.
Le capita mai di rivedere le sue foto di quel giorno con la faccia ustionata?
Sto imparando ora a controllare i miei pensieri. La domanda che ti scava dentro è: perché loro sì e io no? Quando vedo come ero mi viene in mente questo: un momento prima eravamo in otto, in reparto, a lavorare. Un secondo dopo la fiammata, ero solo.
Lei vede ancora i suoi compagni di fabbrica?
Sì, spesso. Abbiamo avuto le udienze del processo, da seguire. Spesso andiamo a cena insieme.
Si ricandiderà?
Non è un problema che mi pongo adesso.
In tutto questo dolore della Thyssen, due anni dopo c’è stata almeno una conquista?
Oh sì. I 13 milioni di euro di risarcimenti accordati alle famiglie.
Perché?
Sono un simbolo importante. Le vite che ci sono state tolte non hanno prezzo. Ma l’entità del danno è stata riconosciuta come mai in passato. In qualche modo è un’ammissione di colpa.
Della Thyssen…
Sì, ma l’atteggiamento dell’azienda è figlio di un dibattito che nel Paese c’è stato. La nostra tragedia ha cambiato qualcosa anche nel senso comune. Ed è solo questo a fare sì che quei morti non siano stati inutili.

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Mirano a scaricare la colpa sugli operai

aprile 21st, 2009

SARAH MARTINENGHI - Repubblica

Proprio come in aula, accusa e difesa assumono posizioni diverse e contrastanti a proposito della possibile modifica al testo unico sulla sicurezza dei lavoratori con l´introduzione della norma soprannominata «salva-dirigenti». C´è chi la vede con grande preoccupazione come l´unico sopravvissuto Antonio Boccuzzi, chi come una vergogna, come i parenti degli operai deceduti nel rogo. Ma per l´avvocato difensore Ezio Audisio non c´è alcuna polemica da sollevare, in quanto la modifica non farebbe altro che sottolineare principi normativi già presenti e garantiti dal nostro ordinamento giuridico. 

Per la difesa dei dirigenti Thyssen, il dibattito sull´articolo 15 bis, secondo cui «non impedire un evento equivale a cagionarlo» a meno che «l´evento non sia imputabile ai lavoratori», non influirebbe direttamente sul processo per il rogo in cui morirono sette operai. «A mio parere - spiega l´avvocato Audisio - il processo è in una fase arretrata, in cui non abbiamo ancora raccolto elementi sufficienti per accertare le responsabilità. Se questa norma entrasse in vigore non scatterebbe in automatico, quindi non vedo alcuna incidenza sul caso specifico. Non credo sia il caso di destare questi allarmi, in fondo non cambia molto rispetto a prima: è un principio codificato anche oggi che, se il lavoratore è colpevole esclusivo dell´evento, il soggetto che ricopre una posizione di garanzia viene esonerato dalla responsabilità. La modifica rende solo più esplicito questo principio». «Nel nostro processo - aggiunge Thyssenkrupp - viene contestato l´omicidio doloso: è un´accusa infondata ed esagerata, ma non stiamo discutendo della responsabilità esclusiva. Certo il fatto che siano tutti preoccupati non può che farci piacere, perché significa che ci stiamo difendendo bene». 

Di tutt´altra opinione l´ex operaio parlamentare Antonio Boccuzzi: «Sono molto preoccupato. Oggi noi del Pd abbiamo un seminario proprio su questo tema, per discutere su cosa possiamo fare in commissione per bloccare queste modiche. Eravamo disposti a discutere modifiche tecniche ma qui il discorso è nel merito: si tratta di una riduzione di sanzione che potrebbe inficiare ciò che Guariniello ha fatto di buono e mettere in discussione l´impianto accusatorio, cancellando la responsabilità dell´amministratore delegato. Già nelle ultime udienze, seppur in maniera elegante, la difesa ha insinuato il dubbio che noi fossimo intervenuti in ritardo nello spegnere l´incendio. La preoccupazione riguarda il sistema in generale, sembra proprio una norma ad hoc salva manager». 

Sconcertati e preoccupati anche i parenti delle vittime. «È una schifezza - dice Carmelo De Masi, padre di Giuseppe - nessuno di loro voleva morire, non facevano i pompieri, se io fossi responsabile dell´azienda avrei detto a tutti di scappare. Speriamo che questa norma non entri in vigore, noi all´udienza di oggi ne parleremo tra familiari». «Non esiste proprio - commenta Sabrina Torrente, vedova di Angelo Laurino - chi fa queste leggi non si vergogna? Ci rimette solo l´operaio, e i familiari che rimangono a piangerlo. Vorrei proprio parlarci io con chi emette queste leggi, mi piacerebbe guardarlo in faccia e chiedergli se non si vergogna».

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Quattro operai tra i giudici della Thyssen

gennaio 6th, 2009

 

SARAH MARTINENGHI - LORENZA PLEUTERI  Repubblica

 

Onorevole Antonio Boccuzzi, tra i giudici popolari del processo Thyssen ci saranno anche degli operai: come lei, come le sette persone che sono morte nel rogo. Che ne pensa?

«Sicuramente sono in grado di capire, perché ne hanno esperienza, perché la conoscenza è diretta, in che condizioni si può essere costretti a lavorare in una fabbrica».

Farà la differenza?

«No, non credo affatto che un professore o un commerciante possano essere da meno. Penso che tutti i giudici popolari, indipendentemente dalla estrazione sociale e dalla professione, siano all´altezza del compito che si richiede loro, in un processo che sarà durissimo e atipico. Chiunque ormai ha acquisito una sensibilità particolare per i temi che riguardano la sicurezza sul lavoro. L´attenzione è per così dire “trasversale”, prescinde dall´età, dall´occupazione, dalla formazione».

La strage alla Thyssen, purtroppo, è stata uno spartiacque. O no?

«Sicuramente sì. Quello che è successo ha scosso e toccato profondamente l´opinione pubblica. Thyssen è diventata un simbolo. Il 6 dicembre 2007 si è superata una frontiera. La questione della sicurezza sul lavoro è diventata materia di discussione e di riflessione. La gente comune, oltre a manifestare solidarietà e molta, ha dimostrato interesse e voglia di approfondire, di sapere».

Anche gli imprenditori?

«Non sono tutti uguali. In questi primi mesi di mandato parlamentare ne ho incontrati molti. Ne ho conosciuti alcuni, ad esempio nel contesto delle cooperative, per i quali sicurezza e benessere dei lavoratori sono priorità assolute. Che alla messa commemorativa del 6 dicembre non ci fosse una rappresentanza di Confindustria, però, a me è spiaciuto e mi ha lasciato perplesso».

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Sicurezza, non ci si fermi a spot elettorali

dicembre 14th, 2008

Andrea Carugati - l’Unità

Boccuzzi: «Sicurezza, non ci si fermi a spot elettorali» null Andrea Carugati «È scioccante leggere il nome della Thyssen ancora una volta associato alla morte di un operaio. La tragedia del 6 dicembre non è legata al dramma di Luigi, ma è assurdo che la fine di una vita derivi dalla perdita del lavoro, da questa precarietà sconsiderata che è una vera emergenza». Antonio Boccuzzi, 34 anni, unico sopravvissuto al rogo della Thyssenkrupp e ora candidato con il Pd in Piemonte, è profondamente turbato: «Mi ha colpito quello che ha scritto Luigi, “ho perso il lavoro e ho perso la mia dignità”. Lui non ha nessuna colpa, sono le leggi del mercato del lavoro che permettono questo precariato a 40 anni, anche per chi ha due figli. Altri gli hanno imposto questa situazione, gli hanno negato la dignità, e fa ancora più male pensare che lui abbia creduto di aver perso la dignità». Ritiene che la sfiducia, l’assenza di speranza, sia diffusa tra gli operai? «Noi alla Thyssen l’abbiamo vissuta. Al momento dell’accordo per la chiusura dello stabilimento di Torino ci sono state fatte grandi promesse sulla ricollocazione: e invece pochi ce l’hanno fatta, per chi è rimasto c’è il dramma di doversi accontentare di un contratto a tempo e con metà stipendio. Mi batterò perché tutti i discorsi di questa campagna elettorale, dai salari alla precarietà alla sicurezza sul lavoro, non siano solo degli spot». Da alcune settimane lei è entrato in politica. Ha trovato qualche elemento di speranza in più? «Nel programma del Pd ho trovato cose chiare sulla sicurezza e penso che Cesare Damiano sia un ottimo alleato dei lavoratori e per questo sta pagando anche dei prezzi nei rapporti con Confindustria. Io voglio dare il mio contributo: più lavoratori saremo in Parlamento meglio sarà, perché sappiamo cosa vuol dire essere precari e non arrivare a fine mese anche con un contratto “sicuro”, dover ancora chiedere i soldi ai genitori. Per me questa sarà una missione, ho addosso un marchio che me lo impone». Perché una missione? «La vivo così, credo nella battaglia per ridurre drasticamente le morti sul lavoro. La precarietà ti costringe a fare cose non sicure, ti rende ricattabile, così i bassi salari: pur di guadagnare qualcosa in più fai cose che non faresti. Dopo quel che ho vissuto, ho deciso di dare un senso alla mia vita battendomi per la sicurezza». Cosa pensa del programma Pd sulla precarietà? «Il programma è serio, ma sarà una sfida difficile. Quando ero precario 15 anni la situazione era migliore, oggi con la legge 30 ci sono troppe tipologie di contratto: servono delle modifiche per impedire lo sfruttamento della precarietà, per rendere meno convenienti per le imprese alcuni tipi di contratti». E le candidature nel Pd di Calearo, Colaninno e Ichino che effetto le fanno? «Sull’articolo 18 non sono per niente d’accordo con Ichino, ma è una sua proposta e nel programma non c’è. Non si sconfigge la precarietà abolendo l’articolo 18. Quanto a Calearo, credo che in Veneto sia una buona candidatura: è una terra ricca di imprenditori, funzionerà. Da sindacalista in una multinazionale come la Thyssen sono abituato a trattare con persone come loro e a trovare le soluzioni migliori: continuerò a farlo. Berlusconi nel 2001 si è presentato come presidente operaio: almeno nel Pd ognuno ha il suo ruolo. Io so chiaramente qual è il mio». Bertinotti dice che Calearo e Colaninno sono di troppo… «Nessuno è di troppo, non mi piace la logica delle barricate. Ho incontrato Colaninno e mi è piaciuto come persona». Qualcuno mugugna tra i suoi colleghi? «Qualcuno storce il naso, ma c’è un programma che abbiamo condiviso. E l’ho firmato perché credo possa funzionare». Cosa pensa della candidatura del suo collega Ciro Argentino al posto di Diliberto? «Sono felicissimo per Ciro che conosco da più di 10 anni, anche se a volte ci siamo divisi: siamo nella Rsu della Thyssen insieme, lui della Fiom e io della Uilm. Non condivido come è avvenuta la scelta, è sembrata quasi un’elemosina al mondo operaio, e invece avrebbe dovuto essere una candidatura naturale, soprattutto per la Sinistra arcobaleno». Cosa si sente di dire ai tanti Luigi che a 40 anni ancora non hanno un lavoro stabile? «Che vado in Parlamento per provare a ridare fiducia anche a loro, non per occupare una poltrona ma per cambiare le cose. E con me ci sarà anche Ciro».

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Thyssen un anno dopo: per la sicurezza serve l’impegno di tutti gli schieramenti

dicembre 14th, 2008

Articolo 21

Più di mille persone perdono la vita ogni anno in Italia, mentre stanno lavorando o si recano alla sede di lavoro. Senza contare gli infortuni (più di 900mila all’anno!). E non si tratta di bambini,che candidamente hanno lasciato questo mondo in tenera età. Sono operai,autisti,muratori, artigiani, piccoli imprenditori agricoli,  braccianti. Persone che svolgono le professioni e i mestieri più disparati. Ma sempre lavoratori.  Ha quindi ancora un senso oggi, parlare di “morti bianche”? Come se si trattasse di bambini morti nella culla? Chi muore al lavoro spesso è innocente come un fanciullo, ma a volte ha la consapevolezza di lavorare in un ambiente non sicuro, in cui sa che la sua incolumità può essere messa a repentaglio. E accetta il rischio, per non perdere il proprio salario.

E in questo caso che non c’è nulla che richiami la purezza di un bambino, l’ambiente sereno e protetto di una famiglia. E’ quindi forse giunto il momento di eliminare il termine “bianca”,di non accostarlo più alla morte di chi stava facendo il proprio dovere, per mantenere sé stesso e i suoi cari.

Forse è meglio parlare di morte e basta, senza aggettivi. Una vita di un lavoratore che si spegne non è bianca,nè nera,nè rossa,così come non dovrebbe avere alcuna colorazione politica il fenomeno degli incidenti sul lavoro.

Dovrebbe diventare un battaglia comune a tutti gli schieramenti. Per questo ho proposto una legge (insieme agli amici on. Damiano e on.Giulietti ) per istituire il”Giorno della Memoria per le vittime sul lavoro”. E la data per me non poteva che essere quella del 6 dicembre.  Il momento in cui la mia vita, in quel famoso e tragico 6 dicembre 2007 alla THYSSENKRUPP di Torino, è cambiata per sempre.

Ho perso sette compagni, sette amici. E il modo in cui è successo mi riempie ogni giorno di rabbia e di tristezza.

Quel giorno però è cambiato qualcosa in tutto il Paese. L’italia ha riscoperto che non si muore solo per una rapina, uno scippo o un incidente in auto, ma anche in fabbrica, in cantiere, in officina.

I giornali, i media hanno sollevato il problema che non si era posto, ad esempio, in occasione del Molino di Cordero a Fossano, nel luglio del 2007,o alla Umbria Olii di Campello sul Clitunno, o a Molfetta, Mineo,e in tutte quelle realtà dove ancora oggi si muore di lavoro.

L’informazione si è ricordata dei lavoratori. E ora bisogna fare in modo che l’attenzione rimanga alta, non soltanto nei confronti delle grandi realtà industriali, ma anche delle piccole imprese edili, agricole o artigianali.

E’ grave il silenzio in cui in questi anni sono volati via migliaia di angeli,un paese ogni anno, dentro un Paese sempre meno bello e sempre meno civile.

Grave e inspiegabile. Un silenzio assordante, insopportabile. 

Tante parole sono state dette e scritte intorno al dramma della Thyssen .

In questi giorni cade il primo anniversario, e i giornali , le radio, le televisioni hanno ripreso con insistenza ad intervistare i familiari, cercando “IL SERVIZIO”, leggendo e costruendo nelle parole dell’intervistato la polemica o il titolo che facesse parlare, per costruirvi sopra ulteriori polemiche, e ancora, ancora, ancora.

Così non va: credo si sia partiti con il giusto piede, i giornalisti hanno avuto un ruolo importante nell’evoluzione del processo. Sono stati scritti stupende pagine di giornalismo da Ezio Mauro dalle quali è stato tratto uno spettacolo teatrale grazie all’Ambra Jovinelli, a Valerio Mastrandrea, Claudio Gioè e Paola Cortellesi,con senso civile,toccante,in punta di penna come le opere d’arte da consegnare alla storia. Quello spettacolo è diventato anche documento e documentario televisivo per RaiSat Extra, grazie al direttore Marco Giudici e al regista Luca Nannini.

Perchè allora non proseguire su quella strada?

Una volta imboccata è stato delittuoso invertire la marcia per prodursi in articoli che non sono utili alla causa,non fanno riflettere, non toccano il cuore e le coscienze di chi non conosce cosa avviene quando ti viene portato via un figlio, un marito, un fratello, un amico.

Davanti a questo è meglio tacere. Sì, il silenzio,sovrano disprezzo nei confronti di un contributo inutile e deleterio.

E’ il momento di trovare la chiave di svolta: non si può continuare a raccontare l’elaborazione della morte, del dolore al fine di costruire una mera polemica. Occorre porsi nella condizione perchè anche i media inizino ad occuparsi davvero e in modo propositivo di prevenzione, fornendo un contributo reale, perché almeno si accenda il lume dell’attenzione sugli infortuni prevedibili, sulle condizioni dei lavoratori, sulla complicata situazione del nostro mercato del lavoro, sulla deregolamentazione in atto dello stesso.

Il senso civico dovrebbe imporci questo nuovo approccio, per dare davvero un contributo reale per abbattere il drago dell’insicurezza sul lavoro.    

Lo scopo principale della proposta di legge è questo. Per fare il punto della situazione,ogni anno sarebbe utile convocare una “Conferenza nazionale sulla salute e la sicurezza sul lavoro”. Per presentare e pubblicizzare dati, rapporti, ricerche e studi relativi alla salute e alla sicurezza sui luoghi di lavoro, con particolare riferimento alla dimensione territoriale, alle differenze di genere,alla condizione delle lavoratrici e dei lavoratori italiani e stranieri.

Il Ministero potrebbe fare molto per diffondere la cultura della prevenzione e della tutela della salute dei lavoratori, promuovendo attività di ricerca e studio, campagne di informazione e di comunicazione mirate. Abbiamo chiesto infatti che venga istituito un Fondo per promuovere tali iniziative. Perché è giusto formare e informare gli imprenditori così come i lavoratori. Conoscendo le norme, i comportamenti da tenere, si potrebbero evitare tante morti e troppi dolorosi infortuni.

Nessuno potrebbe dire che non sapeva. 

E se invece sapeva e ha accettato il rischio,allora è giusto in questo caso parlare di omicidio volontario.

boccuzzi, lavoro, sicurezza, thyssen

Vietato Morire

dicembre 11th, 2008

Le chiamano morti bianche. Ma sul lavoro si continua a morire anche nel terzo millennioL’on. Antonio Boccuzzi, che ha vissuto la tragedia della ThyssenKrupp, ci offre le sue riflessioni.
Ho enormi perplessità sull’impianto complessivo dei provvedimenti stilato fino ad oggi da questa maggioranza, ravvisando in esso un intento del legislatore teso a sovvertire le tutele e le garanzie, anche di rilievo costituzionale, che assistono il lavoratore nel suo rapporto di per sè non paritario con il datore di lavoro. Noto infatti che dal tenore di diverse disposizioni dei vari provvedimenti, che in alcuni casi risultano a mio avviso volutamente ambigui e di dubbia interpretazione, si può facilmente desumere la volontà di operare una vera deregolamentazione del mercato del lavoro.

Con le parole pronunciate da alcuni esponenti di questo governo provo a convincermi che davvero le morti sul lavoro abbiano l’attenzione di tutte le forze politiche; che non ci sia e non debba esserci colore o bandiera che ci contraddistingue. Perchè allora, nonostante io mi sforzi nell’illusione che davvero dovrebbe essere così, si continua ad attaccare il Testo Unico sulla Salute e la Sicurezza, i lavoratori e il lavoro - quest’ultimo non più inteso come un diritto, ma come un’utopia, il cui raggiungimento non costituisce più l’arrivo, la stabilità, ma un percorso impervio, fatto di stenti e precarietà?

Ogni anno dal nord al sud muoiono in media 1300 persone per infortuni sul lavoro, 1210 nel solo 2007. L’età media di chi perde la vita sul lavoro è di circa 37 anni. Ogni incidente dunque, visto che la vita media è di 79 anni, comporta una perdita di vita pari a 42 anni.

Tra le cause degli incidenti si annoverano l’eccessivo orario di lavoro, la precarietà del lavoro legata ad una formazione insufficiente, il lavoro nero. Siamo di fronte ad una situazione allarmante, nonostante gli sforzi che vengono compiuti, i dati non migliorano in modo significativo. Ciò deve indurci ad una seria riflessione perchè la cifra di 100 morti al mese sarebbe adatta ad un bollettino di guerra.

Credo che sul tema della sicurezza dobbiamo riprendere a ragionare in termini di prevenzione, cioè intervenire prima che si verifichi l’infortunio. Soprattutto, occorre considerare che investire in sicurezza equivale a risparmiare su molteplici fronti: il costo di queste morti è elevato sul piano umano, sociale ed economico. Purtroppo nell’ultimo periodo è prevalsa una logica miope del contenimento dei costi. Non dobbiamo dimenticare che in Italia, secondo le ultime statistiche, vi sono da tre a quattro milioni di lavoratori in nero, ed esiste anche il problema rappresentato dal avoro clandestino, riguardante soprattutto lavoratori extracomunitari. Ebbene, in questo mare si diffondono facilmente l’insicurezza e la mancanza di tutele che alimentano la spirale infortunistica.

Statisticamente emerge un nesso tra gli incidenti (e la loro gravità) e la presenza di lavoro nero e lavoro irregolare, magari svolto da giovani o extracomunitari. Ciò vuol dire che il rischio si concentra in determinate situazioni e su determinati soggetti, che lo devono affrontare in quanto si trovano alle prime armi, fanno il lavoro più pericoloso o che li espone al contatto con sostanze nocive. Così naturalmente si moltiplicano gli incidenti.

Così come può colpire chiunque il lutto sul lavoro, tutti dobbiamo sentirci responsabili allo stesso modo per quanto continua ad accadere. Il rogo alle acciaierie ThyssenKrupp del 6 dicembre 2007, di cui io sono stato impotente protagonista, ha risvegliato le coscienze. Ha riportato alla ribalta nazionale la questione della sicurezza nei luoghi di lavoro (la città di Torino ha dedicato il 2008 proprio a questo tema,ad esempio) e ha fatto riscoprire che esistono  ancora gli operai. Che c’è chi ancora, in una società sempre più moderna e tecnologica, suda ogni giorno (anche quindici ore al giorno!) per garantire a sè e alla propria famiglia un’esistenza dignitosa.

L’esecutivo ha provveduto ad almeno 11 modifiche negative del testo precedente :
- ha rinviato a gennaio 2009 il termine in cui diventerà obbligatorio redigere il Documento di Valutazione dei Rischi
- con il DL 112 del 25 giugno 2008 ha cancellato la sanzione a carico del datore di lavoro per non aver munito i lavoratori di tessera di riconoscimento nell’ambito dello svolgimento di attività in regime di appalto e subappalto. Va anche ricordato che il DL 112/2008 ha cancellato la legge del 17 ottobre 2007, che aveva introdotto l’obbligo per i lavoratori dipendenti e prestatori d’opera, di presentare le dimissioni volontarie dal lavoro, sugli appositi moduli rilasciati dai soggetti autorizzati (centri per l’impiego, direrzioni provinciali del lavoro, uffici comunali, etc.).

Non posso dimenticare il Decreto sulla detassazione degli straordinari, che sappiamo benissimo cosa comporterà, più infortuni sul lavoro, perchè dopo molte ore di lavoro subentra la stanchezza, e quindi il rischio di farsi male.

Avrei voluto dimostrare al presidente Fini nel giorno del suo insediamento, il mio apprezzamento per le sue parole legate alla sicurezza sul lavoro. A questa sua attenzione, a questa sua sensibilità, non fa eco questo governo, che fa grandi passi indietro rispetto alla sicurezza sul lavoro. Una contraddizione inspiegabile che fa venire meno il senso di civiltà che mi auguro ogni parlamentare si sia dato nel suo mandato.

Le tragedie della Thyssen, della Umbria olii, del mulino di Fossano, di Marghera, di Molfetta, di Mineo e di tutte quelle realtà dove ancora oggi si muore di lavoro, non denunciano soltanto un insieme di drammatiche responsabilità, ma anche questioni generali più di fondo su cui sarebbe necessario aprire un vero confronto.

Il sistema sanitario nazionale, e in particolare quello regionale, deve fornire interventi efficaci e tempestivi, attraverso i propri organi, in primo luogo quelli di vigilanza. E’ evidente che l’aumento del numero delle ispezioni nei luoghi di lavoro è importante, ma alla quantità degli interventi si deve accompagnare la loro qualità. Gestire la questione in modo ragionieristico sarebbe riduttivo, poichè credo che l’intervento ispettivo abbia maggior efficacia, se eseguito nelle fasi produttive che rappresentano maggiori rischi e in quelle statisticamente più sanzionate.

Occorre quindi sbloccare al più presto le assunzioni dei tecnici della prevenzione. Oggi in Italia operano 1950 tecnici per cinque milioni di aziende. Vuol dire che si entra in un’azienda ogni 33 anni, se poi si considera che secondo la Camera di Commercio la vita media di una società è tra i 12 e i 15 anni, questo vuol dire che quasi tutti i luoghi di lavoro hanno la certezza statistica di non essere esaminati.

E’ inutile, e questo si scandaloso, gridare periodicamente alla vergogna dei morti sul lavoro se poi non si mettono a disposizione uomini e risorse per garantire un minimo di attività di prevenzione. Le parole per troppo tempo hanno litigato con i fatti.

Io sogno una politica fatta non soltanto di parole vuote, ma fatta davvero di sostanza, di concretezza. Una politica che ridoni ai lavoratori quella dignità, quei diritti sequestrati da questa società.

boccuzzi, lavoro

il giorno della memoria

dicembre 6th, 2008

Oggi, 6 dicembre 2008. È passato un anno, 365 giorni di immagini che continuano ad albergare nella mia mente, gelosa custode di ciò che accadde quella tragica notte. Molto è cambiato. Il futuro, i progetti per il domani sono stati portati via, cancellati, rapiti da un destino crudele. Troppo crudele. Il furto di sette anime innocenti è inaccettabile, sotto ogni profilo. La vita, il regalo più bello e più grande, è svanito. Era quasi Natale, ma quando muoiono gli operai non si vedono comete nel cielo. E il ricordo che li fa vivere, nei pensieri, nelle azioni che compiamo. Nelle facce degli sconosciuti che ogni giorno incontriamo ci sembra di rivedere i nostri cari. No, noi non ci arrendiamo alla morte, l’illusione che la loro anima si sia trasferita dona al pensiero momenti di sollievo. La mia vita è cambiata fin da subito, volevo fare qualcosa. Probabilmente quello che, mio malgrado, non sono riuscito a compiere quella notte: salvare le vite dei miei amici. Immediatamente, però, mi sono imposto una missione: la morte dei miei sette angeli non può essere vana. È assurdo, ma questa società ha bisogno di scuotersi per provare a reagire. 1210 morti lo scorso anno lo reclamano.

In questa mia missione, voglio dare delle risposte. Voglio dare il mio contributo perché altri non piangano altre Thyssen. Il dolore insegna che l’unione e la coesione sono la sola medicina. È mutato il mio ruolo in questa società, ma io rimango la stessa persona. Con pregi e difetti, ma sempre gli stessi di prima. Spero che riusciremo a trovare nuovamente quella coesione, che ci ha dato la forza in questi mesi di andare avanti, di affrontare questa nuova vita, svuotata dell’affetto di chi non c’è più, ma riempita della stima e della solidarietà di nuove persone conosciute in questo nuovo percorso. Ho presentato una proposta di legge per istituire proprio per il 6 dicembre la giornata della memoria dei caduti sul lavoro. Una data che è ormai un simbolo. Dovrà servire a «costringere» il Paese, le nostre coscienze addormentate, ad occuparsi sempre, quotidianamente tutti i giorni di salute, sicurezza e dignità delle persone che lavorano. C’è molta ipocrisia attorno a noi, l’indifferenza ed il senso di abitudine alla morte sono le cose più pericolose. Dobbiamo unire le forze per non disperdere le energie in un Paese distratto e soffocato da una grave crisi economica che potrebbe indurre ad abbassare l’asticella dei diritti. Il bisogno di lavoro è forte ed il rischio per molti di perderlo potrebbe portarci ad accettare condizioni incivili pur di lavorare. Dobbiamo evitare questo perché nulla è per sempre ed il diritto alla vita sul lavoro ce lo dobbiamo riconquistare ogni giorno. Ma ecco che il giorno cala, le ombre, il buio, e qui nella mia stanza, dietro le palpebre, i miei occhi rivivono ancora una volta quel maledetto 6 dicembre.

In questa mia missione, voglio dare delle risposte. Voglio dare il mio contributo perché altri non piangano altre Thyssen. Il dolore insegna che l’unione e la coesione sono la sola medicina. È mutato il mio ruolo in questa società, ma io rimango la stessa persona. Con pregi e difetti, ma sempre gli stessi di prima. Spero che riusciremo a trovare nuovamente quella coesione, che ci ha dato la forza in questi mesi di andare avanti, di affrontare questa nuova vita, svuotata dell’affetto di chi non c’è più, ma riempita della stima e della solidarietà di nuove persone conosciute in questo nuovo percorso. Ho presentato una proposta di legge per istituire proprio per il 6 dicembre la giornata della memoria dei caduti sul lavoro. Una data che è ormai un simbolo. Dovrà servire a «costringere» il Paese, le nostre coscienze addormentate, ad occuparsi sempre, quotidianamente tutti i giorni di salute, sicurezza e dignità delle persone che lavorano. C’è molta ipocrisia attorno a noi, l’indifferenza ed il senso di abitudine alla morte sono le cose più pericolose. Dobbiamo unire le forze per non disperdere le energie in un Paese distratto e soffocato da una grave crisi economica che potrebbe indurre ad abbassare l’asticella dei diritti. Il bisogno di lavoro è forte ed il rischio per molti di perderlo potrebbe portarci ad accettare condizioni incivili pur di lavorare. Dobbiamo evitare questo perché nulla è per sempre ed il diritto alla vita sul lavoro ce lo dobbiamo riconquistare ogni giorno. Ma ecco che il giorno cala, le ombre, il buio, e qui nella mia stanza, dietro le palpebre, i miei occhi rivivono ancora una volta quel maledetto 6 dicembre.

boccuzzi, lavoro, torino