Articolo 21
Più di mille persone perdono la vita ogni anno in Italia, mentre stanno lavorando o si recano alla sede di lavoro. Senza contare gli infortuni (più di 900mila all’anno!). E non si tratta di bambini,che candidamente hanno lasciato questo mondo in tenera età. Sono operai,autisti,muratori, artigiani, piccoli imprenditori agricoli, braccianti. Persone che svolgono le professioni e i mestieri più disparati. Ma sempre lavoratori. Ha quindi ancora un senso oggi, parlare di “morti bianche”? Come se si trattasse di bambini morti nella culla? Chi muore al lavoro spesso è innocente come un fanciullo, ma a volte ha la consapevolezza di lavorare in un ambiente non sicuro, in cui sa che la sua incolumità può essere messa a repentaglio. E accetta il rischio, per non perdere il proprio salario.
E in questo caso che non c’è nulla che richiami la purezza di un bambino, l’ambiente sereno e protetto di una famiglia. E’ quindi forse giunto il momento di eliminare il termine “bianca”,di non accostarlo più alla morte di chi stava facendo il proprio dovere, per mantenere sé stesso e i suoi cari.
Forse è meglio parlare di morte e basta, senza aggettivi. Una vita di un lavoratore che si spegne non è bianca,nè nera,nè rossa,così come non dovrebbe avere alcuna colorazione politica il fenomeno degli incidenti sul lavoro.
Dovrebbe diventare un battaglia comune a tutti gli schieramenti. Per questo ho proposto una legge (insieme agli amici on. Damiano e on.Giulietti ) per istituire il”Giorno della Memoria per le vittime sul lavoro”. E la data per me non poteva che essere quella del 6 dicembre. Il momento in cui la mia vita, in quel famoso e tragico 6 dicembre 2007 alla THYSSENKRUPP di Torino, è cambiata per sempre.
Ho perso sette compagni, sette amici. E il modo in cui è successo mi riempie ogni giorno di rabbia e di tristezza.
Quel giorno però è cambiato qualcosa in tutto il Paese. L’italia ha riscoperto che non si muore solo per una rapina, uno scippo o un incidente in auto, ma anche in fabbrica, in cantiere, in officina.
I giornali, i media hanno sollevato il problema che non si era posto, ad esempio, in occasione del Molino di Cordero a Fossano, nel luglio del 2007,o alla Umbria Olii di Campello sul Clitunno, o a Molfetta, Mineo,e in tutte quelle realtà dove ancora oggi si muore di lavoro.
L’informazione si è ricordata dei lavoratori. E ora bisogna fare in modo che l’attenzione rimanga alta, non soltanto nei confronti delle grandi realtà industriali, ma anche delle piccole imprese edili, agricole o artigianali.
E’ grave il silenzio in cui in questi anni sono volati via migliaia di angeli,un paese ogni anno, dentro un Paese sempre meno bello e sempre meno civile.
Grave e inspiegabile. Un silenzio assordante, insopportabile.
Tante parole sono state dette e scritte intorno al dramma della Thyssen .
In questi giorni cade il primo anniversario, e i giornali , le radio, le televisioni hanno ripreso con insistenza ad intervistare i familiari, cercando “IL SERVIZIO”, leggendo e costruendo nelle parole dell’intervistato la polemica o il titolo che facesse parlare, per costruirvi sopra ulteriori polemiche, e ancora, ancora, ancora.
Così non va: credo si sia partiti con il giusto piede, i giornalisti hanno avuto un ruolo importante nell’evoluzione del processo. Sono stati scritti stupende pagine di giornalismo da Ezio Mauro dalle quali è stato tratto uno spettacolo teatrale grazie all’Ambra Jovinelli, a Valerio Mastrandrea, Claudio Gioè e Paola Cortellesi,con senso civile,toccante,in punta di penna come le opere d’arte da consegnare alla storia. Quello spettacolo è diventato anche documento e documentario televisivo per RaiSat Extra, grazie al direttore Marco Giudici e al regista Luca Nannini.
Perchè allora non proseguire su quella strada?
Una volta imboccata è stato delittuoso invertire la marcia per prodursi in articoli che non sono utili alla causa,non fanno riflettere, non toccano il cuore e le coscienze di chi non conosce cosa avviene quando ti viene portato via un figlio, un marito, un fratello, un amico.
Davanti a questo è meglio tacere. Sì, il silenzio,sovrano disprezzo nei confronti di un contributo inutile e deleterio.
E’ il momento di trovare la chiave di svolta: non si può continuare a raccontare l’elaborazione della morte, del dolore al fine di costruire una mera polemica. Occorre porsi nella condizione perchè anche i media inizino ad occuparsi davvero e in modo propositivo di prevenzione, fornendo un contributo reale, perché almeno si accenda il lume dell’attenzione sugli infortuni prevedibili, sulle condizioni dei lavoratori, sulla complicata situazione del nostro mercato del lavoro, sulla deregolamentazione in atto dello stesso.
Il senso civico dovrebbe imporci questo nuovo approccio, per dare davvero un contributo reale per abbattere il drago dell’insicurezza sul lavoro.
Lo scopo principale della proposta di legge è questo. Per fare il punto della situazione,ogni anno sarebbe utile convocare una “Conferenza nazionale sulla salute e la sicurezza sul lavoro”. Per presentare e pubblicizzare dati, rapporti, ricerche e studi relativi alla salute e alla sicurezza sui luoghi di lavoro, con particolare riferimento alla dimensione territoriale, alle differenze di genere,alla condizione delle lavoratrici e dei lavoratori italiani e stranieri.
Il Ministero potrebbe fare molto per diffondere la cultura della prevenzione e della tutela della salute dei lavoratori, promuovendo attività di ricerca e studio, campagne di informazione e di comunicazione mirate. Abbiamo chiesto infatti che venga istituito un Fondo per promuovere tali iniziative. Perché è giusto formare e informare gli imprenditori così come i lavoratori. Conoscendo le norme, i comportamenti da tenere, si potrebbero evitare tante morti e troppi dolorosi infortuni.
Nessuno potrebbe dire che non sapeva.
E se invece sapeva e ha accettato il rischio,allora è giusto in questo caso parlare di omicidio volontario.
boccuzzi, lavoro, sicurezza, thyssen